Osservazioni di “Avviso Pubblico” sullo schema di Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione e nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia

Audizione presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati - Roma, 21 luglio 2011

In linea generale Avviso Pubblico ritiene che l’articolato proposto dal Consiglio dei Ministri non possa qualificarsi né come un codice né come un testo unico antimafia. Dalla lettura attenta dello schema del DLgs si ravvisa la mancanza di una visione organica e di una profonda azione di revisione e di aggiornamento della normativa esistente in termini di prevenzione e di contrasto alle mafie.

In particolare, a livello generale, si registra la mancanza di:

a) una serie di disposizioni di legge rientranti nell’attuale legislazione antimafia;

b) norme e procedure che permettano una più marcata e concreta semplificazione ed un coordinamento efficace ed efficiente della legislazione antimafia attualmente vigente;

c) specifiche e nuove fattispecie di reato;

d) modifiche di fattispecie di reato già esistenti e relative al contrasto dei rapporti tra mafia e politica e tra mafia ed economia;

e) una chiara definizione ed elencazione delle norme che si intende abrogare;

f) di un raccordo con altre iniziative legislative (es. DDL n. 2156 “anticorruzione”, le recenti innovazioni legislative introdotte dal “decreto sullo sviluppo” in materia di appalti, ecc.);

g) misure di sostegno alle azioni di antimafia civile e sociale;

h) provvedimenti che recepiscano convenzioni europee ed internazionali in materia di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata transnazionale e alla corruzione.

In forma specifica si rilevano le seguenti criticità, sulle quali si chiede al legislatore di intervenire prontamente:

1. mancanza della previsione della fattispecie di reato di autoriciclaggio, più volte sollecitata in sedi ufficiali dal Procuratore nazionale antimafia e dal Governatore della Banca d’Italia;

2. mancanza della revisione dell’articolo 416-ter del codice penale, che sanziona il voto di scambio politico mafioso. La formulazione presente nello schema di decreto legislativo riprende il testo dell’attuale codice penale, il quale ritiene che il reato sussista quando vi è scambio di denaro versus la promessa di voti. Un’ipotesi che nella realtà è sensibilmente residuale. Pertanto, nel nuovo testo dell’articolo 416-ter, insieme all’erogazione di denaro, va previsto che il reato sopra citato sussista anche quando vi è “la promessa di agevolare l’acquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti, contributi, finanziamenti pubblici o, comunque, la realizzazione di profitti e altre utilità”;

3. mancanza di una serie di norme specifiche che regolamentino l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza da un incarico pubblico qualora una persona sia rinviata a giudizio e condannata per gravi reati (mafia, corruzione, traffico di droga, estorsione, usura, ecc.), secondo le previsioni contenute nei codici di autoregolamentazione dei partiti approvati all’unanimità dalle Commissioni parlamentari antimafia del 2007 e del 2010.

Avviso Pubblico ritiene che siano da prevedere specifiche norme che introducano dei meccanismi sanzionatori effettivi per i partiti che non rispettano i codici di autoregolamentazione, agendo sulla riduzione della quota di rimborso delle spese elettorali loro spettante.

Avviso Pubblico manifesta la propria contrarietà rispetto alle previsioni di cui all’’art.8 del DDL n. 2156 (cd. DDL Anticorruzione) in cui si prevede di conferire una delega al Governo per l’adozione di un testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e divieto di ricoprire cariche elettive e di governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi;

4. mancanza dell’introduzione dei reati contro l’ambiente;

5. mancanza di riferimento alla normativa di prevenzione e contrasto ai fenomeni del racket e dell’usura;

6. mancanza di riferimento alla legislazione in materia di contrasto alla tratta degli esseri umani;

7. mancanza di inserimento di norme contro il fenomeno del caporalato;

8. mancanza di riferimento alle norme che regolano il trattamento dei collaboratori e dei testimoni di giustizia prevedendo, nel caso dei primi, la possibilità di estendere il termine temporale di 180 giorni attualmente previsti dal legislatore per rendere le proprie confessioni, in casi specifici caratterizzati da particolare complessità delle indagini;

9. mancanza della previsione di un provvedimento legislativo che ratifichi la Convenzione di Strasburgo contro la corruzione, firmata dall’Italia nel 1999;

10. mancanza di un riferimento alle previsioni contenute nella Convenzione contro la criminalità organizzata transnazionale delle Nazioni Unite – e i due relativi protocolli – presentata e firmata a Palermo nel 2000 e ratificata dal Parlamento Italiano con legge n. 146/2006;

Si fa presente che nel mese di agosto 2010, pochi giorni prima dell’approvazione della legge n. 136, il Senato ha approvato due emendamenti nei quali si impegnava il Governo a recepire nella delega una serie questioni che sono state illustrate come mancanze nelle righe soprastanti (ved. allegati n. 1-2).

Inoltre si segnalano le seguenti criticità in merito a:

APPALTI

- mancanza di un esplicito riferimento alla possibilità da parte degli enti pubblici di avvalersi di white list di imprese quando ricorrano le condizioni per cui gli stessi possono avvalersi delle procedure di affidamento con procedura riservata (tenendo conto delle nuove soglie previste dal DL n. 70 del 13 maggio 2011, convertito nella legge 12 luglio 2011, n. 106). Sul punto si rimanda a quanto previsto dalla circolare del Ministro dell’Interno del 23 giugno 2010;

- mancanza della previsione di una norma che stabilisca che, all’atto dell’affidamento di una gara d’appalto ad una impresa, quest’ultima sia obbligata a sottoscrivere un atto in base al quale si impegna a restituire tutto il denaro che essa ha ricevuto dall’ente affidatario, qualora successivamente risulti coinvolta in procedimenti giudiziari per reati di tipo mafioso.

BENI IMMOBILI CONFISCATI

- mancanza dell’abrogazione delle norme introdotte con la legge finanziaria del 2009 che prevedono la possibilità di vendere i beni immobili confiscati ai mafiosi. Il collocamento sul mercato delle ricchezze sottratte alle organizzazioni mafiose alimenta sensibilmente il rischio che, tramite prestanome, esse ne ritornino in possesso, alimentando in tal modo quell’aura di invincibilità, di impunità e di potere che sono alla base del consenso sociale e dell’omertà di cui le mafie si nutrono;

- eccessiva ristrettezza della tempistica prevista per l’efficacia del sequestro – 2,5 anni al massimo – considerato che le indagini di natura patrimoniale richiedono tempi superiori;

- mancanza di una norma che preveda la possibilità di utilizzare la liquidità confiscata e confluita nel Fondo Unico Giustizia per progetti di riutilizzo sociale dei beni immobili confiscati;

- mancanza dell’adeguamento della normativa vigente alle previsioni della decisione quadro n. 783/2006 del Consiglio d’Europa che permette la confisca dei beni mafiosi situati in un paese comunitario sulla base del principio del reciproco riconoscimento delle decisioni di confisca;

-  mancanza di norme che prevedano misure di sostegno in favore dei Comuni che si impegnano ad utilizzare per finalità di carattere sociale i beni confiscati alle mafie sul loro territorio, secondo quanto previsto dalla legge n. 109/96. È opportuno prevedere una norma in base alla quale gli investimenti fatti in questa direzione non siano conteggiati nel computo previsto dal rispetto del patto di stabilità;

- mancanza di norme che prevedono un coordinamento tra la legislazione nazionale e quella regionale;

- mancanza di norme che impediscano il manifestarsi di possibili criticità per l’attività di gestione di beni confiscati svolta da reti di enti locali (es. i consorzi) con la recente evoluzione normativa e regolamentare dell’ordinamento degli enti locali.

Avviso Pubblico manifesta la completa contrarietà rispetto a quanto previsto dall’art. 56 dello schema di codice antimafia, la “Restituzione per equivalente”, che prevede un risarcimento da parte dell’amministrazione affidataria. Una norma di questo tipo non incentiva affatto gli enti locali ad un utilizzo dei beni confiscati alle mafie.

COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE DEGLI ENTI LOCALI

a) necessità di provvedere alla modifica della nuova disciplina introdotta dalla legge 15 luglio 2009, n. 94 sull’accesso al Fondo di cui alla legge 22 dicembre 1999, n. 512 per i Comuni che si costituiscono parte civile in processi contro le mafie. Gli enti locali devono essere non solo risarciti delle spese legali, ma è necessario ristabilire la possibilità che le comunità che hanno subito il danno dalla violenza mafiosa possano venire risarcite con un congruo emolumento economico da utilizzare per realizzare opere pubbliche e interventi di altro tipo tesi a migliorare la qualità della vita sul territorio;

COMUNI SCIOLTI PER INFILTRAZIONE MAFIOSA

b) la legge 15 luglio 2009, n. 94 ha modificato l’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali in materia di scioglimento di consigli comunali e provinciali conseguenti a fenomeni infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso o similare. Secondo le nuove disposizioni vi è bisogno di “concreti, univoci e rilevanti elementi su collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata”, condizioni che, secondo diversi operatori del diritto e persone operanti nella pubblica amministrazione incontrati da Avviso Pubblico, rendono molto più difficile di un tempo la possibilità di bonificare un’amministrazione locale dall’infiltrazione della criminalità organizzata. Avviso Pubblico ritiene che nel Codice unico antimafia vada prevista una riforma di questa normativa;

c) Avviso Pubblico ritiene necessaria l’istituzione dell’Albo nazionale dei commissari straordinari chiamati a gestire i comuni sciolti per infiltrazione mafiosa.

d) Avviso Pubblico ritiene che nel codice antimafia debbano essere inserite delle norme che, in modo specifico, prevedano l’attuazione di appositi piani di investimento e di sviluppo nei comuni sciolti per mafia, al fine di testimoniare in modo visibile il principio della convenienza della legalità.

MISURE DI PREVENZIONE

a) Avviso Pubblico ritiene che il legislatore dovrebbe cogliere l’occasione del codice unico antimafia per disciplinare adeguatamente il numero (oggi particolarmente ampio) e la tipologia di soggetti che possono legittimamente disporre del potere di proposta di misure patrimoniali;

b) Avviso Pubblico ritiene che si debba rivedere quanto previsto dall’articolo 38 del codice antimafia in materia di revocazione della decisione definitiva sulla confisca di prevenzione richiesta quando i fatti accertati con sentenze penali definitive, sopravvenute o conosciute in epoca successiva alla conclusione del procedimento di prevenzione.

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Venerdì 15 luglio 2011 si presenta a Collesano il libro “Mai più terra dei silenzi” scritto da Roberto Tagliavia conversando con Francesco Renda e Antonio Riolo

Dopo il saluto di Giovanni Battista Meli, Sindaco di Collesano

discutono con l’Autore:

Fausto Maria Amato, Assessore alla Cultura di Collesano

Mimmo Carnevale, Editore Istituto Poligrafico Europeo

Santo Inguaggiato, Sindaco di Petralia Sottana

 

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L’EFFETTO REFERENDUM PUO’ CAMBIARE PALERMO (di Gianni Notari)

(articolo pubblicato su “La Repubblica – Palermo” il 19/6/2011)

L’ultimo referendum ha segnato la vittoria di coloro che hanno scelto di partecipare alla vita pubblica di questo Paese. Hanno vinto tutti coloro che non si rassegnano a lasciare che siano altri a decidere sulla propria vita, su quella dei figli; tutti coloro che, indipendentemente dagli schieramenti politici di appartenenza, non hanno rinunciato a elaborare una propria opinione sui fatti. Ogni scheda era un messaggio chiaro: voglio far sentire la mia voce e voglio che la mia voce sia ascoltata.

Ma se la media nazionale mostra una percentuale di votanti superiore al 57%, quella del capoluogo siciliano si abbassa al di sotto del quorum. A Palermo ha votato il 48% degli aventi diritto, con scarti anche di 20 punti percentuali fra le diverse zone della città.

Così Palermo si conferma ancora una volta una città spaccata, dove ampie porzioni della popolazione rinunciano a esprimersi, ad affacciarsi nella vita pubblica come se questa fosse al di fuori della propria esistenza. È pur vero, però, che tantissimi hanno scelto di esprimersi e che la partecipazione in alcune zone della città ha raggiunto picchi del 60%.

A tutti coloro che non si rassegnano a rimanere silenziosi, ma anche a coloro che oggi hanno scelto di tacere poniamo una domanda. Dove sta andando questa città? Dove la stiamo conducendo noi cittadini?

Il risultato del referendum ci ha mostrato che, anche se difficile, quando si decide di partecipare in maniera consapevole, coinvolgendo gli altri, contagiando con il proprio entusiasmo, è possibile intervenire sugli eventi. Facciamo tesoro di questa esperienza e ripetiamola nel futuro. A breve ci sarà un nuovo appuntamento elettorale; saremo chiamati a scegliere un nuovo sindaco.

L’attuale amministrazione ci ha abituati a convivere con un degrado sempre maggiore. Così la città muore nell’incuria, nella rassegnazione, nell’apatia e i cittadini rischiano di morire con essa. Niente più stimoli, a tutti i livelli: circuiti culturali interrotti, popolazione disgregata, welfare inesistente, tessuto produttivo asfittico. Spesso ci si lamenta, ma le lamentele rimangono “discorsi da bar”. Concretamente non si fa nulla per imprimere una nuova rotta.

Impariamo dal referendum e rendiamo anche le prossime elezioni comunali un’esperienza corale. La nostra proposta è che i movimenti e le associazioni possano valorizzare le istanze di cambiamento, provocare gli apparati ristretti dei partiti e soprattutto candidarsi al governo della città esprimendo dei contenuti programmatici chiari, fuori dalle nebulose del politichese. Ciò richiede, innanzitutto, il superamento della frammentarietà che spesso vanifica i tanti sforzi profusi nel corso di questi ultimi anni. Si tratta, cioè, di fare convergere le diverse realtà intorno ad un progetto che sia condiviso e funzioni da elemento legante.

Questo è un punto nevralgico per cui è essenziale avviare un percorso di ascolto delle diverse istanze provenienti dai numerosi gruppi sparsi sul territorio e fare sintesi. A tal proposito un’attenzione particolare meritano il mondo del web e tutti coloro che attraverso blog o altri siti stanno scardinando i vecchi modi della comunicazione politica. Grazie agli apporti di questa fascia di popolazione è possibile ipotizzare che i tempi siano maturi per sganciarsi dai procacciatori di voti e dalle segreterie troppo gerontocratiche e autoreferenziali.

È proprio dalle diverse componenti di questa società civile che potrebbe nascere una nuova classe dirigente della città. Da questa possono emergere nomi nuovi che riescano a offrire un modello che sia realmente innovativo e non il vecchio con la facciata ritinteggiata. È ora di smettere, infatti, di riciclare soggetti improponibili. C’è bisogno di credibilità e di colmare la frattura fiduciaria fra amministratori e cittadini. Il cambiamento risiede anche nel coraggio di lasciare spazio a nuove idee, nuovi modi di vedere e di fare politica, nuovi progetti.

Sarebbe un segnale positivo, pertanto, se fosse candidata alle primarie una persona che sia espressione piena di quei movimenti e associazioni che oggi costituiscono la parte più viva della città e non si limitano a porsi come gregari acritici rispetto ai partiti. Tutto ciò non significa separare nettamente la società civile dai partiti ma individuare nuove forme di relazione che attribuiscano maggiore peso e rilevanza alla prima pur all’interno di percorsi sinergici di collaborazione. In tal senso le primarie possono essere lo strumento per concretizzare un processo aggregativo. Pertanto è necessario fin da subito interrogarsi non solo sui nomi da candidare ma anche sull’organizzazione di queste particolari consultazioni popolari e sugli strumenti idonei a dare spazio ai nuovi contenuti.

Proponiamo a questo proposito una riflessione: le primarie potrebbero essere occasione di scelta non solo di un singolo candidato ma di una complessiva squadra di governo. La motivazione di tale proposta è, da un lato, di carattere simbolico, potendo contribuire a “spersonalizzare” la battaglia politica spostando l’attenzione dal singolo candidato al gruppo.  La politica negli anni del berlusconismo, infatti, sempre più è diventata fedeltà al leader piuttosto che comunanza di ideali e propositi. Dall’altro, questa proposta consentirebbe di concretizzare ulteriormente i programmi politici.

L’importante è non perdere questa occasione. È il momento, infatti, di sostenere i sogni, renderli progetti e non lasciare che si trasformino – amaramente – in nuove disillusioni.

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DISSESTO IDROGEOLOGICO E DEGRADO URBANO:SCIENZA E DEMOCRAZIA PER IL CAMBIAMENTO


Il giardino dellʼusignolo – encausto – Pompei, casa del bracciale dʼoro

OSSERVATORIO SICILIANO PER LA DEMOCRAZIA

ISTITUTO NAZIONALE DI URBANISTICA

SOCIETÀ ITALIANA DEGLI URBANISTI

ASSOCIAZIONE NAZIONALE CENTRI STORICO ARTISTICI

UNIVERSITÀ DI PALERMO – FACOLTÀ DI ARCHITETTURA

CORSI DI LAUREA IN PIANIFICAZIONE

DISSESTO IDROGEOLOGICO E DEGRADO URBANO:SCIENZA E DEMOCRAZIA PER IL CAMBIAMENTO

Lunedì 17maggio 2010

giornata di studi ore 9,30-19,00
aula magna della Facoltà di Architettura
Edificio 14, Viale delle Scienze, Palermo

 

 

Il sempre più grande dissesto idrogeologico e l’aggravarsi del degrado urbano continuano ad essere rimossi dalla agenda di governo nonostante i costi crescenti della distruzione di ricchezza, di vite umane, di natura e di cultura.
Eppure il risanamento idrogeologico e delle città, la valorizzazione dei centri storici e il riordino urbano, la manutenzione del costruito e l’innovazione abitativa ed edilizia, la ricerca scientifica in campo ambientale e la previsione-prevenzione, dovrebbero e potrebbero diventare una priorità politica: la prima, vera, “grande opera”, per fare uscire la Sicilia e l’Italia dalla crisi e dalle “emergenze”, per riqualificare la modernizzazione e lo sviluppo, per innovare le tecnologie di recupero, restauro e (ri)costruzione. É una “grande opera” capace di evitare l’aggravio di spesa pubblica determinata da soccorsi e riparazioni di emergenza che hanno un prezzo assai più alto rispetto agli investimenti nella prevenzione.
I fatti di cronaca dimostrano come le grandi emergenze attualizzino due tematiche:

  • il crollo di interi territori spinti da frane derivanti da dissesti idrogeologici, resi ancora più pericolosi dal modo in cui il suolo è stato occupato da case, ovvero da pezzi di città; i casi di Niscemi, di Giampilieri, di Alcara, di Falcone sono solo l’emergenza di una casistica molto più ampia e diffusa;
  • l’abbandono, il degrado, la fatiscenza e il conseguente crollo di abitazioni principalmente in aree delicate nei centri storici siciliani di cui gli ultimi casi di crollo di immobili a Palermo, a Catania, a Favara costituiscono esempi di un tendenza diffusa e ricorrente. Dagli studi e dalle inchieste giornalistiche viene dimostrato che la realtà abitativa ha punti critici di altissimo rilievo con cui occorre confrontarsi per ragioni sociali economiche, organizzative connesse sia alle problematiche del rischio per la vita che alle  problematiche della sopravvivenza ambientale:
  • la necessità dell’adeguamento strutturale e ambientale degli edifici pone un interesse nuovo a pensare al rinnovo di interi quartieri delle città;
  • le nuove dimensioni produttive legate alla valorizzazione delle risorse locali e della storia richiedono la costruzione di una qualità nuova nel rapporto tra il suolo i fiumi gli alberi e gli insediamenti umani, tra la vita e i paesaggi di maggior pregio archeologico e storico. Sicurezza del territorio e sicurezza abitativa, piano di risanamento idrogeologico e programma di riordino urbano devono diventare obiettivi immediati pur nella mancanza di una nuova organica normativa di governo del territorio.
Il PAI è speso non rispettato o eluso e i Comuni siciliani, privati delle risorse necessarie alla attività di pianificazione, sembrano per l’81% diventati terra di nessuno dopo che i loro strumenti urbanistici ancorché vetusti e inadeguati sono scaduti e sono rimasti privi di vincoli concreti, appesi solo alle vaghe indicazioni della legge urbanistica di quasi settanta anni fa pur in parte innovate da una legge regionale di oltre 30 anni fa, quella che prevedeva un «piano territoriale» che non è ancora nato!
Da come si affronteranno questi temi potrà derivare una ragione economica di sviluppo fondata su di una forte innovazione abitativa e tecnologica che può segnare la nostra epoca. Il carattere da imprimere alla definizione degli obiettivi immediati ed intermedi e le ragioni della produttività legata a ricostruzioni, recuperi e manutenzioni edili ed urbane, pubbliche e private possono essere un modello alternativo sia all’impunità dei reati ambientali, sia al “sovversivismo dall’alto” delle “sanatorie”, degli “scudi”, dei “condoni” (il 23 aprile scorso, il Consiglio dei Ministri, ha adottato – per grazia ricevuta – un DL che sospende l’esecuzione delle sentenze di demolizione di immobili abusivi nella Campania), sia all’affarismo e alla politica che ridono quando arriva il terremoto. Un modello sicuramente alternativo alla generalizzazione di «Milano 2» e alle invenzioni «emergenziali» di «piani casa» e «new town» in sé manifestamente inadatti ad affrontare le criticità sopra accennate che, al contrario, ne vengono ancor più aggravate senza produrre benefici.
La catena ricostruzioni, recuperi, manutenzioni è obiettivamente più idonea a garantire un rilancio e una riqualificazione della industria e della occupazione edilizia molto di più dell’effimero prodotto da modelli e invenzioni emergenziali. Si spende sicuramente di più nell’emergenza delle calamità che nella prevenzione.
Per tutte queste ragioni ci si deve proporre di costruire sia obiettivi intermedi che immediati, attraverso la massima trasparenza e una grande partecipazione democratica dei cittadini, della cultura e dei saperi tecnici. Senza questa partecipazione ogni piano o programma pubblico, la stessa idea di piano o programma, rischiano l’astrattezza e la sfiducia e portano acqua alla medesima crisi che ha investito la «programmazione economica».
Le criticità sopra elencate dovrebbero portare anche a un calcolo degli altissimi prezzi pagati in termini di distruzione di beni storici e ambientali, di mancato risparmio energetico, di spreco di suolo, di riduzione della effettiva mobilità, di carenza di servizi, di spese per cattiva e precaria riparazione dei danni prodotti dalle «calamità» di gran lunga superiori a quelli che avrebbero dovuto e potuto essere (e che devono diventare) gli investimenti preventivi in risanamento idrogeologico e in consolidamento antisismico.
Una riforma del governo del territorio non sembra, purtroppo, ad immediata portata di mano, sia a causa dei fallimenti del 2005, sia a causa dei rapporti sociali e politici presenti (il condizionamento forte esercitato dal potere del governo nazionale e dai suoi atti, la dissoluzione della maggioranza di centro destra all’ARS e la inesistenza di una nuova maggioranza, la precarietà e l’incertezza del governo di minoranza esposto a spinte contraddittorie di conservazione e di riforme). E tuttavia una riforma del governo del territorio e la introduzione della Valutazione Ambientale Strategica potrebbero trovare già ora una sorta di anticipazione nelle scelte di contenuti e forme del piano di risanamento idrogeologico e dei programmi di riordino urbano oltre che nella sburocratizzazione, semplificazione e democratizzazione di procedure e tempi di progetto, appalto e realizzazione.
Quali contenuti e forme dare a questo piano e a questi programmi? E alla stessa prospettiva di una legge sulla base delle linee definite dagli uffici regionali insieme a università, associazioni e tecnici? Quali rapporti stabilire in questo processo tra la Regione (e i suoi Assessorati) e i Comuni, e come superare le separazioni-contraddizioni tra Assessorati al Territorio e ai Beni Culturali e Soprintendenze? Quale organizzazione della democrazia e quale rapporto tra saperi politica e cittadini per la definizione e realizzazione di questi obbiettivi?
Questo incontro interdisciplinare di geologi, agronomi, architetti, urbanisti,archeologi, economisti, geografi, politici, vuole misurarsi con queste domande.

 

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IL NODO DI GORDIO (di Roberto Tagliavia)

Corradino Mineo, attuale direttore di tg3, nel commentare il recente documento episcopale sul Meridione e la Mafia ha ricordato come circa quaranta anni fa lui stesso facesse parte di un gruppo politico che a Palermo individuava nel collegamento con la mafia il tratto distintivo della borghesia siciliana: “ritrovare dopo 40 anni una analisi simile nella Chiesa dà una certa emozione…!” ha chiosato il giornalista.

Non è tuttavia la prima volta che la Chiesa si pronuncia sul fenomeno, ma mai era stata fatta una analisi che legasse così strettamente lo sviluppo del Paese al Mezzogiorno e che giudicasse la dimensione della presenza mafiosa tale da bloccare e condizionare la vita economica e sociale del Paese intero. E’ un documento di grande impatto, soprattutto per le considerazioni sulle insufficienze della classe dirigente e sulla politica. Vuol dire che la situazione è davvero grave. Del resto queste cose, per una parte almeno, erano da tempo patrimonio del movimento operaio e della sinistra.

E’ del tutto chiaro che si pone la questione più generale della democrazia in Italia: se sia ancora possibile, di fronte a questo quadro, un controllo e una partecipazione dei cittadini alla definizione di regole efficaci, rispettate e condivise, o se il sistema non sia ormai aggrovigliato al punto da paralizzare il fare, da inibire la possibilità di agire con buonsenso ed entro regole certe.

Viene alla mente Gordio e il famoso nodo che impediva di risolvere la questione del governo di quella città. Nessun politico o saggio o sacerdote era in condizione di sciogliere il groviglio, finché la questione non fu risolta dal giovane Alessandro il Macedone con un colpo di spada.

Metafora sempre valida: a ingarbugliare le cose fino all’impotenza si rischia di affidarne la soluzione alle armi, a qualche generale, a qualcuno al di fuori del sistema. Ancora più drammaticamente viene in mente la Repubblica di Weimar, sorprendente esempio di democrazia e di cultura, ma che finisce con l’aprire le porte ad Hitler.

Ecco, quando si vede il caos dei rifiuti per le strade cittadine e il modo approssimativo di affrontare la raccolta differenziata, paralizzati da strutture (gli ATO rifiuti) inventate da una politica incapace di concepire soluzioni tecniche funzionanti e, invece, assatanata dalla ricerca del consenso (un groviglio più inestricabile del nodo di Gordio!). Che dire poi del cancro della burocrazia, di pratiche che passano da un tavolo all’altro per mesi e mesi, dei contributi non pervenuti, di altri volatilizzati o dirottati? Le recenti dichiarazioni di commercianti come Helg, o di industriali come Salerno, che minacciano di fare imprenditoria altrove fanno riflettere. Chi sorveglia i tavoli dei costosissimi enti locali, zeppi di carte, impiegati e funzionari, terra di conquista di assessori vari, insormontabile barriera per il mai avvenuto decollo della Sicilia?

Ci si domanda come in questo guazzabuglio un cittadino normale possa fare sentire efficacemente la propria voce senza dover “appartenere” a una tribù, a un clan o a una famiglia per illudersi di vedere risolto il suo specifico problema. Guardando alle sedute parlamentari o anche ai nostri consigli comunali appaiono evidenti l’estraneazione, i tatticismi, il vaniloquio, la distanza dalle urgenze della vita quotidiana e il riferimento semmai a interessi che dall’esterno impongono decisioni  o a volte, addirittura, di non decidere.

L’impotenza così è al massimo e c’è da chiedersi come le forze democratiche e liberali, sia di destra che di sinistra non abbiano saputo costruire un argine contro una simile deriva.

C’è, dunque, un problema della classe dirigente che non riguarda solo il centrodestra, che pure di questa insofferenza alle regole pubbliche si fa paladina e interprete, ma anche quella del centrosinistra, che non sembra esprimere una cultura di governo, istituzionalmente e giuridicamente capace di offrire strumenti semplici ed efficaci di controllo democratico di una realtà molto dinamica. Una realtà che non può vivere di difese corporative o congelando un sistema istituzionale non più in grado di reggere all’attacco cui è sottoposto.

Cosa fare allora? Ci viene chiesto di farci interpreti del malessere del cittadino sottoposto a Tarsu, a tasse per l’acqua, ad aumenti tariffari e impositivi sempre più incomprensibili a fronte di servizi non ricevuti e di una evidente corruzione a tutti i livelli.

Certamente anche noi dell’Osservatorio dobbiamo rendere questo sito disponibile a una denuncia e a una riflessione più collettiva. Dobbiamo anche attivare incontri pubblici nelle città siciliane  in collaborazione con quanti avvertono le stesse preoccupazioni. Ma in questo lavoro non basta amplificare il malessere: occorre capire e far capire la forma e la dimensione di un attacco alla democrazia che parte da lontano ma anche e soprattutto che a questo si risponde affinando la proposta di governo. Con forza e con chiarezza avviando una nuova fase costituente, in Sicilia come nel resto del Paese, prima che qualche novello Alessandro pensi d’imporre soluzioni drastiche. Su questa proposta chiediamo a tutte le forze attive della cultura e della democrazia siciliana di convenire sull’apertura di un ampia, articolata e profonda iniziativa, ciascuno col suo specifico punto di vista ma tutti consapevoli della posta in gioco, nel Mezzogiorno e nel Paese. Non aspettiamo altri quarant’anni per raggiungere la consapevolezza necessaria.

 

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QUALI RIFORME E CON CHI?

All’on. Giuseppe Lupo, seg retario regionale PD sicilia

Caro segretario,

ricorderai certamente l’incontro avuto a fine anno con l’Osservatorio siciliano per la democrazia, e lo spirito libero ed aperto con cui si è svolta la nostra conversazione. Con il medesimo spirito – alla luce degli eventi politici più recenti - ci rivolgiamo di nuovo a te, con questa lettera aperta. Siamo preoccupati e perplessi, ma non estremisti né disfattisti.

Vogliamo però parlarci con chiarezza.

Che la Sicilia abbia bisogno di riforme non c’è dubbio.

Ma il termine “riforme” senza ulteriori specificazioni sui loro contenuti, può risultare generico o addirittura strumentale (è una parola che usano tutti)..

Riformiamo cosa, e in che modo? Il PD non lo ha ancora esplicitato.

Quali garanzie ci dà l’attuale governo regionale, che si è faticosamente e diversamente riassestato, di realizzare le riforme (ancora confusamente indicate) e nella giusta direzione? Possiamo essere certi che esso lavori autenticamente a vantaggio della Sicilia tutta? E se le carte gettate in tavola e i percorsi futuri non corrisponderanno a queste premesse, come potrà il Partito democratico sottrarsi ai legami che sta stringendo?

Una stagione di vere riforme, che può pure essere avviata con una dose d’azzardo, non può però essere operazione di vertice, limitata al palazzo della politica. Solo un’ampia mobilitazione nella società siciliana può predisporre un credibile cambio di classi dirigenti e di politiche e, al limite, supportare un nuovo governo di emergenza e di transizione nella chiarezza delle prospettive e delle posizioni politiche. Ma questa chiamata alla mobilitazione non c’è stata, e non ce n’è cenno.

Sono passati più mesi da quando migliaia di siciliane e siciliani, attraverso le primarie,   hanno eletto, con entusiasmo, il Segretario e l’assemblea regionale del PD. Da allora si sono susseguite numerose riunioni di vertice, ma nulla si è fatto per coinvolgere il popolo delle primarie, la cui voce avrebbe potuto suggerire temi e modalità per favorire uno sbocco positivo della crisi siciliana.

L’Osservatorio siciliano per la democrazia auspica che si determini un flusso d’informazione e di “animazione” della società, che renda protagonisti i tanti cittadini che nei più diversi settori operano con conoscenza, competenza e passione civile, per un programma ragionato e condiviso di riforme.

Chiediamo che il tanto invocato “bene della Sicilia” venga definito con chiarezza attraverso un dibattito pubblico, in un confronto diretto e coraggioso. Chiediamo conferenze aperte, assemblee pubbliche, comizi.

Inoltre, anche se molti di noi siamo solo osservatori esterni del PD, riteniamo ineludibile – nell’interesse non solo degli iscritti, ma di tutta la cittadinanza di centrosinistra e della vita politica siciliana – la piena attivazione del Partito democratico, nonché il completamento rapido del percorso congressuale con la formazione degli organismi provinciali e locali per consolidare la democrazia interna.

Occorre scegliere tra un partito pensato solo come una macchina elettorale, capace di mediare fra rappresentanze di settori della società e d’interessi organizzati già precostituiti altrove, o un partito che sia strumento di organizzazione della società, basato sul confronto di idee e di esperienze, da cui derivare per sintesi una proposta per il governo delle istituzioni condivisibile da una maggioranza della popolazione.

Questa è una esigenza generale, ripetiamo, a prescindere dall’appartenenza al partito o allo schieramento: è una esigenza della democrazia siciliana come premessa per una vera stagione di riforme della nostra autonomia.

L’Osservatorio siciliano per la democrazia

 

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QUESTIONARIO PER I DOCENTI E GLI STUDENTI DELL’UNIVERSITA’ DI PALERMO

QUESTIONARIO PER I DOCENTI E GLI STUDENTI DELL’UNIVERSITA’ DI PALERMO, PREDISPOSTO DALL’ OSSERVATORIO  SICILIANO  PER   LA  DEMOCRAZIA

L’Osservatorio siciliano per la democrazia è nato per iniziativa  di un gruppo di cittadine e cittadini che si propongono di condurre una azione comune contro i fenomeni di indebolimento e di degrado del tessuto democratico della vita sociale in Sicilia.
Essi intendono dare voce al disagio di molti cittadini di fronte al pericolo che possano venir meno norme essenziali della Costituzione, ed alla domanda, doverosa ma sempre disattesa, di partecipazione e di coinvolgimento rispetto a ciò che avviene in sede locale, regionale e nazionale.
L’Osservatorio non è un’organizzazione di partito ma un luogo di riflessione sugli avvenimenti e di promozione di dibattiti, aperto a tutti gli interessati. Partendo da ciò che si osserva nella società circostante, l’Osservatorio intende denunciare carenze e illegalità, recepire proposte e valutare alternative per dar loro visibilità e stimolare discussioni.
Il Centro ha deciso di occuparsi dei problemi dell’Università perché, come ha detto Valeria Militello in occasione di un incontro aperto sul tema “Università e crisi”, organizzato dall’Osservatorio e tenutosi il 17 Aprile 2009 nell’aula del Consiglio di Ingegneria, i promotori dell’Osservatorio sono convinti che Università e Ricerca costituiscano il pilastro della società ed il motore per lo sviluppo ed il progresso di un Paese.
Per stimolare una discussione che coinvolga il più alto numero possibile di partecipanti l’Osservatorio vi propone di dedicare pochi minuti alla compilazione del questionario che segue. Rispondete entro il 15 di febbraio, entro il 15 marzo troverete un resoconto dei risultati della nostra indagine sul sito dell’Osservatorio: www. siciliademocratica.it.
Questionario:
1) Come giudicate la situazione attuale delle Università Italiane?
Buona
Accettabile
Cattiva
Pessima
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
2) Come giudicate la situazione attuale dell’Università di Palermo, in confronto a quella generale?
Migliore
Analoga
Peggiore
Molto peggiore
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
3) Le classifiche elaborate a livello nazionale per la valutazione delle singole sedi Universitaria sono giuste?
Si sono giuste
No non sono giuste
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
4) Sono solo dei fattori economici che ostacolano ricerca ed insegnamento nella nostra Università
Si
No
Non so
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
5) Nella valutazione di esami e di concorsi la meritocrazia viene premiata?
Si
Non sempre
Raramente
No
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
6) L’Università prepara realmente i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro?
Si
Non sempre
Raramente
No
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta e in particolare dite che cosa l’Università potrebbe fare in più (non più di 100 parole)
7) Ci sono stati comportamenti riprovevoli o negligenti da parte dei docenti dell’Ateneo di Palermo che avete incontrato?
Si, in alta percentuale
Si, in bassa percentuale
Si, eccezionalmente
No
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
8) Ritenete che la riforma predisposta dall’attuale Governo possa avere degli effetti positivi sull’Università?
Si
No
Non so
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
9) Ritenete utile la presenza dei “Corsi di Laurea decentrati”?
Si
Dipende dalle situazioni
No
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
10) Ritenete che le ammissioni a numero chiuso alla maggior parte dei corsi universitari siano un bene, un male necessario o qualche cosa di dannoso che dovrebbe essere rimosso anche nella situazione attuale?
Un bene
Un male necessario
Una cosa da eliminare subito
Spiegate brevemente le motivazioni della vostra risposta (non più di 100 parole)
11) Come pensate che si dovrebbe intervenire per rendere più efficiente la nostra Università?
Spiegate brevemente (non più di 100 parole)
12) Ritenete utile che l’Osservatorio organizzi un altro incontro sui problemi dell’Università in generale e su  quelli dell’Università di Palermo in particolare? Se si quando pensate che vi sarebbe più facile partecipare?
No
Si, nel secondo pomeriggio di un giorno feriale
Si, nella prima serata di un giorno feriale
Si, il Sabato mattina.
Se lo desiderate aggiungete il vostro pensiero su un argomento che riguarda l’Università e che non è stato oggetto di domande.
Il Questionario può essere compilato entro il 15 di febbraio 2010 ed inviato per e-mail all’indirizzo sicilia.democratica@email.it. Se lo desiderate potete mantenere l’anonimato, Vi preghiamo però di precisare qual è la vostra posizione nell’Università (studente, docente ecc) ed a quale Corso di Laurea appartenete.
A nome dell’Osservatorio, Francesco Di Franco, Valeria Militello, Giovanni Pagano e Letizia Vittorelli vi ringraziano per la vostra partecipazione.

 

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Territorio e anomalie Siciliane (di Nicola Giuliano Leone)

Brevemente

Partire dai contesti che condizionano la Sicilia può tornare utile per vedere questa terra più dall’interno e riprendere poi a osservare contesto e Sicilia assieme. I territori possono essere visti e interpretati in tanti modi. In relazione alla natura degli insediamenti umani e ai rapporti con gli aspetti connessi alla mobilità si può asserire che essi possono appartenere a due grandi categorie. Vi sono territori di transito e territori meta, ovvero città di passo e città di presidio. Tali condizioni possono mutare nell’arco della storia. Quando i due valori sono entrambi presenti le economie se ne giovano. È pur vero che ciò acquista connotazioni diverse a seconda della scala con cui si guardano i fenomeni. È inoltre vero che ciò è fortemente modificato dalla presenza di opportunità di comunicazione. Nella nostra epoca ciò riguarda in modo particolare prevalentemente le grandi e più centrali conurbazioni nazionali.

La Sicilia è stata in alcuni periodi storici e per alcuni popoli una terra di passaggio, in altri periodi una terra di mete, e in alcuni casi sia terra di mete che di passaggio. Il suo essere di passaggio era determinato dalla insularità. Tale funzione è stata assolta tanto con traffici che si sviluppavano in orizzontale (greci, spagnoli, inglesi) che con traffici che si sviluppavano in verticale (fenici, arabi). Nell’attualità essa tende ad essere una terra di transito per extracomunitari provenienti dall’Africa, e una meta lontana per le popolazioni peninsulari ed europee.

In mancanza di una prospettiva mediterranea, che potrebbe tendere a migliorare i rapporti tra le realtà frontaliere, la Sicilia in generale tende a trasformarsi in territorio meta di percorsi prevalentemente occidentali ed europei. Ciò dovrebbe condizionare le scelte politiche e amministrative verso una maggiore attenzione alle qualità dell’insediamento e dei valori storici e ambientali che il territorio possiede. Non pare che sia il pensiero principale delle amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi. Questo disinteresse per il territorio e il quadro di dipendenze della Sicilia da un sistema nazionale ed europeo è una anomalia che la proietta verso ridotte capacità di svolgere un ruolo nel mediterraneo e contestualmente ne riduce le capacità di attrazione nel contesto europeo.

Dipendenze

La condizione dei territori del Sud è sicuramente aggravata da un’incerta armatura infrastrutturale e da localizzazioni e forme insediative che hanno privilegiato tra le attività umane la difesa più che lo scambio. Tale condizione determina una riduzione delle opportunità di contatto e una conseguente difficoltà di costruire servizi di scala superiore e prodotti accreditati da forti valori aggiunti. I fattori che determinano queste difficoltà sono molteplici. La storia dell’insediamento umano e lo stato della mobilità costituiscono sicuramente fattori condizionanti le ragioni dello sviluppo in modo particolare in un contesto come quello definito dai territori del Sud e in particolare della Sicilia.

L’Italia è un paese di coste con molte sponde frontaliere ma anche un paese di territori. I territori dipendono dalle connotazioni che le sponde vicine e lontane e le coste hanno determinato nel tempo. Essi posseggono anche una intrinseca natura che può permette loro di mettersi in relazione con le ragioni dello sviluppo e con le questioni da cui direttamente lo sviluppo dipende. Per questo occorre conoscenza e ricerca.

Il territorio nazionale è definito da tre direttrici che l’attraversano da Nord a Sud. La fascia di territorio da Est ad Ovest dista, tra costa e costa, una media costante in linea d’area di circa 200 km. Anche se questa distanza non è particolarmente ampia, poche sono le infrastrutture che permettono l’attraversamento nella direzione Est-Ovest. Rispetto ad una realtà che si sviluppa per una lunghezza di oltre millecinquecento km appare evidente che gli attraversamenti che posseggono infrastrutture dei trasporti importanti sono veramente pochi. Si può dire che non ve ne sono. Il passaggio da Livorno, Pisa, Firenze a Bologna, Rimini, sembra il più servito ma di fatto è il montaggio di collegamenti storici consolidati e utili al passaggio tra le tre direttrici Nord Sud.

Sono le tre direttrici Nord-Sud che comunque fanno l’armatura nazionale. Una prima direttrice è quella centrale appenninica. Essa ha come polarità a Nord il sistema definito dalle città di Firenze e Bologna che smistano la prima tra il sistema appenninico e il sistema tirrenico e la seconda tra il sistema adriatico e la pianura Padana. A Sud tale sistema prosegue e si sfilaccia in varie direzioni. Di fatto si ferma tra Napoli e Salerno, deviando sulla costa tirrenica, mentre la costa adriatica diviene meno avvicinabile.

Una seconda direttrice è quella adriatica che da Trieste e Venezia arriva sino a Bari poi devia su Taranto e si sfilaccia nel Salento. Questa linea sembra più debole, ma per lo meno sino a Bari possiede una dimensione di forte omogeneità e gode del privilegio di servire Regioni d’Italia che hanno una buona tenuta e produttività agricola oltre che le principali aree industriali nazionali. Tra le più significative sono l’area Padana, il Veneto, L’Emilia e, a Sud, la Puglia. Le regioni servite da questa linea sono, omogeneamente, abbastanza ricche: hanno il reddito procapite e la spesa annuale per famiglia tra le più alte d’Italia. Inoltre va precisato che la Padania è una regione adriatica, l’unica che regge su due forti assi con prevalente andamento Est-Ovest. Inoltre la ridotta ampiezza del mare Adriatico invita agli scambi più di altri fronti mediterranei. A queste considerazioni può aggiungersi che il fronte Est dell’Adriatico è abitato da popoli con culture decisamente europee, comunque propense e proiettate verso uno scambio con altre realtà europee. Si comprende come questa linea ha una forza propulsiva esistente e potenziale più forte della terza direttrice definita dalla costa tirrenica.

La direttrice tirrenica è condizionata da una debolezza infrastrutturale complessiva per le varie interruzioni che posseggono le linee della viabilità del gommato. Si passa infatti da tratti autostradali a tratti serviti da super strade a tratti serviti da antiche statali. In particolare le aree del Sud tirrenico sono aggravate da una debolezza delle infrastrutture viarie oltre che ferroviarie.

La forza degli insediamenti della costa tirrenica si alimenta anche del peso degli scambi con le Isole maggiori che fanno da confine del mare Tirreno e dei numerosi arcipelaghi presenti all’interno di questo mare.

Le congiungenti tra le due coste, tirrenica e adriatica, sono di fatto solo tre. Una a Nord, molto tormentata che collega Livorno-Firenze-Bologna-Ravenna una al centro con due diramazioni che collegano Roma con Pescara e con l’Aquila e una al Sud che collega Napoli-Avellino-Canosa-Bari.

Inoltre l’arco ionico costituisce un sistema separato, debolmente connesso alle tre direttrici principali. Le aree del Sud si articolano in tutto questo attraverso la doppia direzione dei territori della Calabria e del Salento. La Basilicata è incuneata al centro tra queste due linee essendo essenzialmente una terra ionica. Essa con quattro fiumi principali costituisce una dimensione regionale dalle forti connotazioni di area interna debolmente infrastrutturata con bacini idrografici principali adduttori del mare Ionio.

Per comprendere l’articolazione del peso delle popolazioni si può fare cenno che le regioni che possono considerarsi prevalentemente adriatiche raggiungono un numero di abitanti pari circa al 55% della popolazione totale nazionale, mentre le regioni prevalentemente tirreniche sono circa il 32%, le grandi isole circa il 12%, mentre le regioni peninsulari prevalentemente ioniche rappresentano soltanto l’1%. Questa articolazione, se rivista attraverso i territori delle Provincie modifica in positivo di fatto solo il peso dei territori ionici a svantaggio prevalentemente dei territori tirrenici.

La Sicilia, per essere un’isola e contestualmente per essere vicinissima e quasi connessa ai territori della Calabria, recita un ruolo misto e ambiguo. A volte si racconta come isola con le sue separatezze e autonomie, a volte spera di confermare una sospirata, anche se storica, centralità mediterranea, a volte lamenta la posizione di periferia marginale dell’Italia. La costa tirrenica e la costa ionica dell’Isola posseggono le infrastrutture più robuste. Quelle ferroviarie sono più antiche e quelle autostradali più recenti. Il peso demografico marginalizza l’area palermitana che riesce a raggiungere comunque un sistema gravitazionale di circa 1,5 milioni di abitanti, mentre agevola l’area catanese che raccoglie una dimensione gravitazionale di oltre 3,5 milioni di abitanti. In questo quadro la costa sud dell’Isola rimane quella meno attrezzata e rispecchia in generale lo stato delle costa tirrenica e ionica della Calabria. Con deboli realtà portuali e poche occasioni di scambio, la Sicilia appare essere condizionata più da problematiche interne legate alla sopravvivenza di antichi poteri che da una capacità di intercettare nuove opportunità per trasformarle in risorse.

Vi sono sicuramente ragioni geografiche e storiche che hanno condizionato la natura delle comunicazioni fisiche nel sistema nazionale. Vi sono state anche scelte politiche che hanno accompagnato le ragioni geografiche e storiche. La direttrice interna definita dall’asse appenninico si configurò all’origine della sua costruzione come saggia politica nazionale che dal dopoguerra sino agli anni ’60-’70 condizionò alcune scelte coraggiose che puntavano ad una infrastruttura mediana a cui legare il resto del sistema insediativo. Di fatto questa politica ha condizionato le scelte future su cui è stato possibile legare anche i più recenti progetti relativi all’alta velocità. Ciò comunque non riesce più a risolvere le condizioni insediative più minute del paese che sembrano andare per proprio conto ciascuna legata fortemente ad una dimensione regionale in alcuni casi scoordinata dal sistema generale. Inoltre il tratto di infrastrutture centrali appenniniche per la loro collocazione servono da Napoli a Firenze più la direttrice tirrenica, per la facilità dei collegamenti tra questa linea e la costa tirrenica.

Le ragioni storiche di questa struttura complessiva sono molteplici. La presenza della Spagna nel ruolo di potenza dominante nell’Europa mediterranea per due secoli e mezzo dal sec. XVI sino alla prima metà del sec. XVIII circa, condiziona il territorio italiano ad un insieme di relazioni prevalentemente tirreniche. La Repubblica di Venezia con le sue colonie adriatiche ioniche ed egee, invece reggerà i rapporti con l’Adriatico sino a buona parte del sec XVIII.

I rapporti tra le città tirreniche e le città adriatiche sono infatti storicamente ridottissimi. Se si escludono le linee meridionali che conducevano da Napoli alle Puglie bisognerà aspettare all’epoca post unitaria per avere un collegamento accettabile tra Roma e Pescara e tra Firenze e Bologna. Infatti anche i confini definiti dagli Stati preunitari avevano ed hanno fortemente condizionato gli scambi tra le due coste.

All’interno di questa geometria, per esempio, Benevento, pur se all’interno del Regno delle due Sicilie, rimarrà Stato della Chiesa sino al 1861. Gli stessi reali di Napoli preferivano passare per Avellino ed Ariano Irpino, con strade ben più impervie per andare da Napoli in Puglia, pur di non passare per questa enclave papalina interna ai territori del regno, anche se collocata a pochi chilometri dalla regia di Caserta.

Questa conformazione delle infrastrutture dei trasporti di terra condizionerà fortemente i rapporti tra le regioni meridionali e i territori della Sicilia. L’Isola, pur se molto vicina alle terre di Calabria per le difficoltà di costruire connessioni accettabili via terra, è stata per lungo tempo raggiungibile molto più facilmente via mare. Infatti la fortuna del «postale» Palermo-Napoli fu anche la fortuna dei Florio per tutta la seconda metà dell’Ottocento e solo l’avvento dei trasporti aerei, a partire dl secondo dopoguerra, riuscirà a rompere il gattopardesco isolamento dell’Isola.

Città

Ciò nonostante la Sicilia, a differenza di quasi tutti i territori del Sud e ad esclusione soltanto della Puglia, è terra di città. Le grandi città sono sintomo di presidio del territorio attraverso una consolidata continuità nella stanzialità. Ciò dovrebbe dimostrare alcune cose. Nella sua lunga vicenda storica la Sicilia è stata una terra pur se di transito prevalentemente stanziale, anzi è stata, a differenza di molti altri territori del Sud, prevalentemente vista come meta e obbiettivo di stanzialità. I centri urbani che superano i 30.000 abitanti in Sicilia sono molto numerosi mentre quasi tutti superano i 10.000 abitanti. Infatti il grande triangolo dell’isola dà al territorio una forma ed una geometria dalla forte riconoscibilità, smorza le distanze dal mare, accentua alcune prerogative di territori montani che comunque rimangono quasi una finzione panoramica, invita a separazioni e differenze, dove diverse si compongono le occasioni per l’insediamento umano. Per questa sorta di geometria la Sicilia non riesce ad identificarsi con una sola realtà urbana capace di dominare questo sistema dalle tre punte e dai tre lati.

Ogni punta ha prodotto una sua specifica città Trapani, Messina, Siracusa, ogni lato ha dato luogo a un fatto urbano consistente nella storia e fortemente riconoscibile oggi. Palermo, Catania. Agrigento. L’interno si è articolato in tanti domini, con diverse fortune ed attese, città a distanza precisa dalle coste, lì dove è possibile che la presenza umana possa prosperare senza invadere il campo arato dagli altri. Quest’ equilibrio interno ha dato luogo ad una corona di città, più o meno grandi, più o meno agricole, alcune di origine a volte più libere, le città regie, altre più vincolate a un dominio, quelle feudali. Esse inseguono la grande “y”, ovvero “ipsilon”, della ossatura montana, quasi una sottolineatura delle bisettrici del grande triangolo: Calatafimi, Corleone, Mussomeli, Caltanissetta, Enna, formano la linea centrale mediana. a Sud: Piazza Armerina, Caltagirone, Ragusa, Modica ed a Nord: Nicosia, Troina, Randazzo, ne definiscono i due bracci.

È un lungo itinerario di città e di paesaggi agricoli e naturali, anche questi ultimi fortemente connotati dalla presenza umana, che hanno permesso di dare corpo ad un luogo concreto ed assieme letterario, ad una Sicilia terra delle “città del mondo” come la interpreta, attraverso gli occhi di padre e figlio, pastori in transumanza, Elio Vittorini.

Questa Sicilia dalle città compatte e concrezionate nelle complesse differenze, si innerva e si scontra con una ricostruzione dell’animo collettivo dentro una storia fatta di racconti antichi e contraddittori, in buona parte trasfigurati attraverso la tradizione orale, attaccati alle innumerevoli occasioni di tradimenti che le vicende umane hanno assegnato alla vita di questo territorio.

Nasce e prende corpo così una Sicilia della memoria che si appesantisce attraverso la rievocazione delle molte occasioni mancate, rafforzata dalle recenti ed aggiornate vicissitudini che la quotidianità offre per dimostrare emarginazioni e lontananze.

La Sicilia della memoria, degli uomini, raccontata da Verga, Pirandello, Lanza Tomasi, Sciascia, dichiara questo appesantimento attraverso il lungo elenco dei tradimenti, degli anni mancati, degli appuntamenti disattesi.

Questa difficile distanza tra le cose ed i fatti pesa sulla Sicilia ed intorbida l’azione, permette il proliferare di racconti distorcenti e parziali, impedisce il vedere. Se Vittorini e in parte Verga sono ancora gli interpreti delle cose, Pirandello, Tomasi e Sciascia sono i profeti dei fatti. La “roba” e gli “uomini” stridono tra loro ed il grido che ne viene fuori è lontano dal territorio, produce separazioni e preoccupanti allontanamenti.

Città ex capitali come Siracusa e Palermo, che hanno trascritto due diverse occasioni della centralità mediterranea, rappresentano ancora nella coscienza collettiva un insieme di storie, ma riescono con difficoltà ad essere un fatto concreto di cultura quindi di evidenza della loro identità nei manufatti. Raccontare un territorio è un lavorìo di scoperta del valore delle cose, ma anche degli uomini che del territorio sono parte intrinseca e imprescindibile. C’è permanente, attraverso l’idea di territorio, il tentativo di proporre un sistema di nuove ed aggiornate oggettività. In qualche modo il territorio che emerge nel racconto propone un esempio, un indirizzo, un vincolo ai fatti che vi possono accadere. Ogni territorio apparirà intriso dei fatti accaduti, essi sono già trasformati in cose ed un unico filo lega presente e passato in una stratificazione di atti, di gesti e di culture, capaci di riaffiorare, quando se ne presenta l’occasione e la storia dà fiato a speranze future.

La Sicilia è terra anche di ricostruzioni, di ricostruzioni di forme di stanzialità. Solo in epoca contemporanea la Sicilia ha avuto per le sue tre valli (Noto, Demone e Mazara) tre terremoti memorabili in epoca che gli storici ancora considerano «contemporanea».

Il caso del Val di Noto e della ricostruzione delle città che ne determinano l’insediamento, successiva al terremoto del 1693 rappresenta un esempio della capacità di ritrovamento di una dimensione culturale propria e di espressione nelle cose come di un racconto interrotto e ripreso. Si tratta di ben 73 comuni.

Il caso della ricostruzione di Messina, nel Val Demone, dopo il terremoto del 1908 interessa una città capoluogo di Provincia tra le più importati di allora nei traffici marittimi del basso Mediterraneo che viene ricostruita per intero con uno sforzo locale e nazionale di grande impegno economico e culturale.

Lo stesso può essere detto per la ricostruzione dei comuni del Belice, nel Val di Mazara che pur se tra innumerevoli polemiche e critiche il cui coro maggiore è formato dai siciliani stessi, ben rappresentano le speranze culturali degli anni ’60.

Vale la pena di chiedersi, nel momento che ci si avvicina alla dimensione di una regione fortemente segnata da alcune connotazioni della storia, cosa abbia determinato quelle capacità e quelle identità e come essa sia riconoscibile oggi nella complessità delle dimensioni culturali contemporanee.

Si tratta di considerare che le dinamiche di un territorio, pur nelle articolate interrelazioni con il resto del mondo, producono comunque attività estese, coinvolgenti e specifiche e segnano caratteri fortemente legati alla natura interna dei luoghi ed alla storia stratificata e localizzata.

Un territorio non produce copie, può essere dilaniato o composto, trafitto o modellato, modificato dalla infinita produzione di oggetti contemporanei o silenziosamente permanente nell’arco delle vicende dell’insediamento umano, esso esprimerà comunque una natura specifica della storia che, pur se appartenente alle varie epoche, vestirà passioni ed attenzioni proprie di quella terra.

Vedere tutto ciò significa scorgere nelle pieghe della cultura che si trasforma in materia costruita non solo i riferimenti, ma anche ed essenzialmente le ragioni proprie che hanno determinato e composto nelle cose costruite la realtà dei fatti voluti dagli uomini. In questo la Sicilia si conferma come una terra stanziale, dove accadono cose e che può dare alle altre regioni d’Italia significative ragioni di confronto.

Confronti

In questo complesso quadro che vede la Sicilia, in molti periodi della storia sia terra di transito che, in particolare, meta di stanzialità, possono essere sviluppate alcune considerazioni che fanno ripensare ad alcune questioni relative allo sviluppo economico e ai rapporti tra territori del Sud.

Di fatto avere privilegiato nelle politiche nazionali le tre direttrici Nord-Sud ha coinciso con una politica di depauperamento delle aree interne a favore delle grandi aree urbane e degli ambiti territoriali prevalentemente costieri. Ciò trova la sua conferma nelle scelte operate nell’immediato secondo dopoguerra. In questo periodo infatti ebbe nuova origine un certo meridionalismo che sviluppo metodi considerati attenzioni assistenziali. Di fatto vi si contrapposero due modi di rapportarsi alla questione dello sviluppo e la Sicilia ebbe occasione di fare lievitare, per un certo periodo, uno di questi due modi.

In sintesi un modello molto sopravalutato fece capo ad una teoria della irredimibilità di quasi tutti le aree del Sud che dovevano essere costrette all’emigrazione. Il teorema era semplice (Rossi Doria, Pasquale Saraceno). Vi erano territori del Sud più ricchi, questa era la polpa, che poteva aspirare a crescere. Non a caso la polpa era formata dai territori e dalle città costiere. Vi erano poi territori che erano poveri per condizione e vocazione e questi erano condannati all’emigrazione. Questo era l’osso. Si trattava essenzialmente di territori interni, non irrigui. Questo teorema nacque essenzialmente in Basilicata che diventò la terra simbolo dell’arretratezza del Sud. Il caso dei Sassi di Matera divenne il simbolo nazionale della precarietà e del sottosviluppo sino a spingere per il totale abbandono dei Sassi con apposita legge dello Stato voluta da tutte le forze politiche (dalla DC al PC). Si mossero persino i segretari dei partiti maggiori (De Gasperi e Togliatti) per visite e proclamazioni che condussero a determinare nei Sassi di Matera il caso emblematico del sottosviluppo del Sud. Il teorema fu trasformato in politiche e si dette la stura alle emigrazioni degli anni ’50 e ’60. Non fu questione di emigrazione ma di togliere al Sud il suo territorio, uomini e cose. Questo divenne un modello di sviluppo nazionale e non poteva non funzionare. Il bilancio complessivo Nord-Sud chiudeva positivamente. Al Nord fu trasferita una ricchezza di esperienze e di lavoro formata in parte dalle maestranze dell’artigianato assieme a molti contadini poveri. Al Sud senza territorio rimasero solo le città che si trasformeranno in un insieme di incredibili contenitori di un popolo di consumatori.

Nessuno si accorse che tale modello, spacciato come sudista, era un modello tutto a favore del Nord. Un modesto gruppo di ispirati intransigenti (Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Silos Labini, Carlo Doglio, Leonardo Urbani) tentò di invertire la questione asserendo cose di fatto molto diverse. Questo gruppo nacque, si sviluppò e visse per una decina d’anni in Sicilia. Il suo teorema era di fatto molto diverso. Non vi erano terre destinate all’emigrazione ma territori, ovvero uomini e cose. Assieme ad essi, ovvero al lavoro e alle risorse presenti e migliorabili si poteva costruire uno sviluppo fondato sulle capacità endogene. Si chiese di cercare e organizzare risorse come l’acqua, di costruire nove strade, si arrivò a fare lo sciopero all’incontrario. Per dimostrare che il lavoro c’era e c’era per cose necessarie si dettero a lavorare in proprio per costruire una strada.

Questi due modelli ebbero gambe e storie differenti. Non si incontrarono mai. Era impossibile perché respiravano culture e ragioni differenti. Si sa ufficialmente che ha vinto il primo modello. Forse ha vinto a livello mondiale, ma ne stiamo pagando le spese e le pagheremo con il sovrapprezzo del tempo. Vediamo un poco più in dettaglio la questione anche perché molte delle questioni di cui siamo appesantiti risalgono alle prime politiche della ricostruzione della seconda metà del secolo passato.

In verità la storia di questi ultimi sessanta anni sembra avere dato ragione e torto in eguale misura tanto a Rossi Doria e Pasquale Saraceno quanto a Danilo Dolci. Si sono verificate di fatto cose che sembrano inverare previsioni e modelli perseguiti da entrambi. Da un lato sembra che la concentrazione nelle città e in particolare nelle grandi città o nelle loro conurbazioni è oramai un dato di fatto, come è un dato di fatto un certo spopolamento delle aree interne e in particolare di alcuni centri abitati più arroccati. È anche evidente come alcune aree di cui si erano previste fughe emigratorie sono invece rimaste stazionarie e in alcuni casi sono cresciute di popolazione. In generale alcune politiche sviluppatesi a partire dalla seconda metà degli anni ’50 in materia di risorse idriche hanno dato risultati positivi risollevando il destino di alcune aree. Inoltre più recentemente la riscoperta di valori ambientali e di economie più fortemente connesse alle differenze territoriali hanno condotto verso forme di intrapresa che tendono a valorizzare le risorse locali e a spostare alcune attenzioni dei bisogni, quindi delle utenze e dei mercati.

In sintesi e per comodità di espressione possiamo dire che i due modelli, quello «urbano centrico», animato in Italia da Rossi Doria, Saraceno, Archibugi e altri e quello «maieutico territoriale» divenuto successivamente «ambientale locale», avviato in Italia da Dolci, Doglio, Silos Labini e altri stanno convivendo. Sembra sempre più diffuso il primo e sempre più evocato il secondo.

Ma in verità mentre si spinge per la valorizzazione delle risorse locali legate all’ambiante e al territorio si avverte anche come il modello economico complessivo ha confermato un modo di produrre e fare crescere la ricchezza fortemente vincolato al modello urbano centrico.

Non vale più il vecchio rapporto città-campagna che ha alimentato tante riflessioni negli ultimi due secoli passati. Il vivere urbano, grazie a forti sviluppi della tecnologia ha invaso buona parte dei costumi dell’habitat e la città svolge un ruolo di accumulo di funzioni che coincide anche con il luogo della produzione ufficiale del pensiero. È una grande svolta, che però ha un costo sociale altissimo, l’abbandono progressivo del luogo delle risorse, il territorio, e la trasformazione delle comunità in dipendenti.

Non a caso nuove formule interpretative esaltano i principi della conoscenza e i saperi hanno oramai assunto capacità che si propongono di superare le preoccupazioni indotte dai misteri della natura, attraverso la costruzione di certezze che si servono di metodi e di risultati scientifici.

La complessità del ruolo della città emerge in tutta la sua dimensione proprio attraverso le trasformazioni impresse alla società dalle mutazioni delle tecniche utili per produrre ricchezza. I grandi sommovimenti determinatisi con la crescita della capacità di produzione sono alla base della costruzione del nuovo ruolo che cominciano a svolgere le città.

Le occasioni che oggi sembrano determinare la ricchezza delle città e quindi delle nazioni e in generale delle popolazioni sistemate nei vari habitat sono definibili in tre principali fattori. Un primo fattore è diventato il ruolo svolto dalla capacità di avviare processi di produzione accreditabili e spendibili attraverso la capacità di costruzione di ricerche e di formule produttive con potenzialità innovative. Un secondo fattore è orientato dalla capacità di definire organizzazione per consentire di esportare il peso della produzione anche in luoghi differenti da dove si è prodotta la ricerca per la produzione. Il terzo fattore è definito dalla distribuzione del benessere in funzione dei consumi, quindi in ragione della concentrazione della popolazione.

In questo senso il ruolo delle città tende a cambiare per non appartenere più solo alla dimensione politico amministrativa, ma per legarsi essenzialmente a questa capacità di chiudere il cerchio del rapporto tra ideazione del prodotto, costruzione ed esportazione della produzione e concentrazione dei grandi mercati di consumo.

Altre mete si avvicinano e spingono la necessità di rivedere i principi di riferimento dell’urbanistica. Come si faceva cenno nei precedenti paragrafi, l’urbanistica non è mai stata mera tecnica della pianificazione. Il quadro generale entro cui occorre avviare nuove ragioni di riflessione conduce verso l’ipotesi di un cambiamento radicale dei rapporti che ispiravano le economie di qualche tempo fa. La crescita economica si è avvalsa in questi anni di una articolazione del lavoro che ha visto sconvolti i vecchi parametri con cui ci si apprestava a comprendere la realtà.

Da un lato una crescita della mobilità e una divisione produttiva su scala planetaria ha accentuato le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri, determinando un modo diverso di produrre ricchezza. La città, non solo quella definita dalla semplice concentrazione di case di servizi e di beni, ma quella complessiva dell’abitare con una possibilità nuova di accesso a beni di consumo e servizi diffusi anche territorialmente, ha determinato un modo nuovo di chiudere il cerchio della produzione e del consumo e lo ha fatto attraverso la determinazione di un elevarsi complessivo della domanda di tecnologia.

La città quindi apre e chiude il ciclo. Lo apre innanzi tutto perché essa offre una dimensione di avvio della produzione attraverso la ricerca di prodotti giustificati da alte tecnologie o comunque da una consapevolezza aiutata dalla tecnologia. Essa inoltre produce l’accreditamento degli stessi prodotti anche attraverso la formazione guidata di una domanda di bisogni superiori corrispondenti ad una dimensione del vivere che di fatto si presenta in ogni luogo come il frutto della dimensione urbana. Infine la città distribuisce e conduce a mercato le varie merci in ragione della massa critica definita dalla dimensione della potenziale domanda di prodotti. La produzione materiale dei beni, oggetto di questo processo, prende corpo nei modi più svariati e la realtà delle attività del secondario che sono le più pesanti si distribuiscono nel mondo rappresentando esse la nuova vera campagna. Questo modello raggiunge la sua autonomia esportando e guidando a distanza il lavoro e riconducendolo entro i ritmi del mercato. Ricerca e mercato si incontrano così nella città, determinando sempre più contraddizioni fuori da questo cerchio e producendo accumulazioni di ricchezza un tempo impensabili perché fondate sulla esportazione del lavoro sporco fuori dal perimetro di benessere definito dal vivere in città.

In sintesi il modello può essere raccontato attraverso le seguenti brevi frasi. Un territorio è fatto di uomini e cose. La vita di un territorio si alimenta di economie. Queste economie definiscono uno o più cerchi. I cerchi si compongono di ricerca, prodotto e consumo. Lo sviluppo delle comunicazioni e delle tecnologie ha determinato una dimensione in cui il cerchio può agire anche su considerevoli distanze. Anche il controllo del prodotto è effetto di alta tecnologia. La tecnologia è ricerca. Il cerchio ha origine dove si sviluppa la ricerca e tende a chiudersi sui mercati, producendo economie, attraverso le stesse teste che lo hanno generato. I flussi determinati dai cerchi irrorano i territori e ne permettono la sopravvivenza. Si configura una dimensione in cui ogni centro produce uno o più cerchi e poi partecipa ad altri cerchi con il consumo o con la produzione e di questo vive. Nei territori degradati le economie reggono solo sui consumi di prodotti generati da altri oppure i territori partecipano alla formazione del prodotto a volte anche solo di semplici componenti senza controllare il prodotto complessivo e in particolare il mercato. Quando l’agricoltura imponeva un radicamento nei territori e ogni centro controllava un sistema di prodotti agricoli, i cerchi erano a volte più piccoli ma davano comunque ad ogni realtà quelle ragioni di centralità economica che permetteva di reggere una centralità, ovvero la verità di un insediamento umano attraverso una interdipendenza con altre realtà che reggeva su di un propria autonomia.

Oggi non tutti i centri producono cerchi. Le contraddizioni crescono con l’alimentazione forzata di un mercato che tende ad esaurirsi negli utili di chi ne ha determinato la natura. In questo quadro i territori corrono il rischio di diventare poli di una rete a cui appartengono solo come espressioni di consumo o come produttori di una componente di cui non controllano la collocazione nel processo di produzione, quindi fortemente dipendenti dai sistemi forti. In questo quadro il territorio, nella sua collocazione geografica e nella composizione degli elementi naturali e antropici che gli appartengono, potrebbe partecipare in modo considerevole alla determinazione di un sistema di potenzialità che risultano utili alla produzione di cerchi portatori di flussi più o meno grandi e capaci di irrorare le economie locali.

Anomalie siciliane

I fronti sono molti. Risalire la china e riuscire a ricucire tra loro le ragioni del Sud, in particolare quelle della Sicilia può essere un progetto utile, ma da dove partire? L’ipotesi è quella di far comprendere per lo meno in parte il ruolo che può avere il territorio come molla dello sviluppo. Che la Sicilia sia stata e sia terra stanziale meta di emigrazioni è in parte vero ed è confermato dalla popolosità dell’Isola che raggiunge i 198 abitanti per Km2. In questi ultimi anni comunque i territori del Sud sono diventati meta di stanzialità particolari legate al turismo. Anche questa è una forma di stanzialità che porta risorse economiche. Infatti la popolazione complessiva dell’Isola nei periodi turistici dell’anno con più alte presenze, costituiti dal mese di agosto, si raddoppia. Essa modifica il rapporto tra abitanti e cose, in parte allargano le ragioni dei consumi e quindi del mercato, in parte occupando suolo con le funzioni di stanzialità aggiuntive. A tutto ciò non corrisponde una politica, ovvero una programmazione, un insieme di scelte coordinate. E non corrisponde non solo per migliorare le condizioni abitative complessive di questa forma di stanzialità, ma anche per evitare che essa possa diventare la soglia principale di sostentamento dell’Isola rendendola di fatto dipendente da altre regioni e da altri territori, come succede per altri molti settori.

La Sicilia non possiede una legge regionale urbanistica. La legge che aveva più o meno questo compito fu voluta e fatta nel 1978 e di fatto servì per adeguare le azioni regionali in materia, vista l’autonomia, al provvedimento che lo Stato italiano si era dato dieci anni prima, ovvero nel 1968, con la introduzione degli standard in materia di servizi. Lo stesso si può dire per quanto attiene gli oneri di urbanizzazione e la legge sul paesaggio, che, di fatto, non ha mai avuto un corrispettivo regionale. Quasi tutte le leggi regionali vengono messe in onda con dieci anni di ritardo, tranne che per le leggi relative all’abusivismo che vengono adeguate con provvedimenti regionali quasi sempre nello stesso anno in cui vengono promulgate le leggi da parte del parlamento nazionale.

Questo dispregio per il territorio ha trovato inoltre una sponda nella vicenda della formazione del Piano territoriale regionale previsto dalla legge del 1978 che non ha mai visto la luce, nonostante gli innumerevoli tentavi del Comitato scientifico per la sua formazione e gli sforzi degli uffici dell’assessorato competente che a varie riprese hanno tentato di avviare e rendere cogente la sua costruzione.

Lo stesso può dirsi per la redazione dei Piani provinciali e con ragioni e modi un poco differenti anche per quanto attiene la formazione dei Piani regolatori generali (Prg) dei quattrocento comuni dell’Isola. Per questi ultimi la tecnica è stata molto diversa. Mentre per i piani di area vasta (alla scala regionale e provinciale) investendo essenzialmente principi di mera volontà politica si è provveduto semplicemente non dando spazio a tali azioni facendo cadere nel dimenticatoio procedure e iniziative, per i Piani regolatori si è pensato che l’arma migliore fosse quella di rendere la procedura ancora più complessa e farraginosa di quella prevista dalle leggi nazionali più o meno confermata dalle legge del 178. È bastato caricare tale procedura di vincoli e di adempimenti che i Piani si bloccano sul nascere. La scusa più evidente l’hanno fornita, veramente strano a dirsi, tutti i provvedimenti previsti in materia ambientale. L’esempio più noto è la questione delle fasce di rispetto poste per opportunità ambientali. Non c’è Regione in Italia che abbia le fasce di rispetto di inedificabilità assoluta che ha la regione Siciliana. Nel caso delle fasce poste a protezione dei boschi la quantità di provvedimenti legislativi succedutisi agli inizi degli anni 2000 ha ritardato la formazione dei piani di almeno cinque anni. Nel frattempo i territori continuano ad essere gestiti con i Piani prodotti tra gli anni ’60 e ’70 molto più permissivi in materia di indici di edificabilità. Inoltre la decadenza dei vincoli destinati agli espropri voluti dalla nota sentenza della Corte Costituzionale e trasformata in Italia nella legge 1187/68 in Sicilia viene applicata per circa 35 in modo da portare tali vincoli a 10 anni abbinando la formazione dei Prg alla redazione di Piani urbanistici esecutivi (Pue). Questi Pue in generale, pur se redatti, non verranno mai attuati, ma si continueranno a fare perché per anni sono tutti convinti che la decadenza degli espropri impedisca l’attività edilizia. L’attività edilizia continuerà abusiva o legale. Si farà solo qualche esproprio per la costruzione di strade e ben più rari saranno gli espropri per servizi di standard.

Gli altri provvedimenti di derivazione europea per le varie azioni valutative (VINCA e VAS) si inseriscono in questo quadro. La loro farraginosa redazione senza la determinazione di alcuna procedura ritarderà redazione e approvazione dei Piani e fornirà di fatto scuse alla sopravvivenza di Piani regolatori redatti in un passato molto più permissivo per leggi e cultura di quanto non sia possibile produrre oggi.

Ma l’anomalia più incredibile del caso siciliano è il fatto che la redazione di alcuni piani ha due assessorati con competenze e poteri differenti che non si parlano nemmeno, l’assessorato al territorio e all’ambiente e l’assessorato ai beni culturali e ambientali. È il caso dei Piani paesaggistici. In nessuna regione d’Italia i Piani paesaggistici vengono redatti dalle Soprintendenze ai BB.CC.AA., poiché le Soprintendenze in nessuna Regione d’Italia sono riunite in assessorati. La questione non è da poco perché in nessuna Regione d’Italia si pensa di fare un Piano paesaggistico disgiunto dalla dimensione definita dalla pianificazione territoriale e viceversa. In Sicilia non solo si pensa, ma si difende la posizione per competenze di poteri. Ne deriva un aggravio indicibile di conflittualità che riduce la credibilità della pianificazione nei rapporti con i cittadini e con le imprese. Ne deriva che in Sicilia per alcuni aspetti sembra pianificarsi molto, anche se senza alcun beneficio per il territorio, e per altri si rinuncia ad usare lo strumento della pianificazione come occasione di conoscenza e sviluppo delle capacità intrinseche e autonome dei territori.

Il protagonismo del territorio siciliano sta sparendo affossato dall’ignoranza e da un ambientalismo usato come arma contro i suoi stessi valori, promuovendo un attendismo che nemmeno gli abitanti dell’Isola di Pasqua, aspettando l’iceberg che si sarebbe portato via il capo, erano capaci di attivare.

Questo insieme di anomalie siciliane cadono in una terra oramai tagliata fuori da molte cose che gli stanno accadendo al contorno. Essa è distante dai grandi flussi europei che tendono oramai a privilegiare l’Europa centrale e, tutto al più, i rapporti con i paesi dell’Est e interessano l’Italia solo sino a Bari. Nel 2010 andrebbe attuata l’ipotesi del Mediterraneo come area di libero scambio mentre i costi delle comunicazioni telefoniche tra l’Italia e i paesi del Maghreb compreso l’Egitto sono tanto alti da essere proibitivi. La Sicilia è collegata al continente da una rete infrastrutturale ferroviaria e viaria obsoleta anche se in costante processo di ammodernamento. Le linee dei trasporti marittimi per la Tunisia sono sottoposti a sferzanti controlli che rendono impossibile il percorso. Più o meno regge il postale Palermo-Napoli anche se con navi abbastanza obsolete. Nel frattempo si stanno attrezzando i porti delle principali città dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, si da avvio ad una nuova strada mediterranea da Casablanca al Cairo e la Cina propone all’Egitto il raddoppio del canale di Suez.

In questa condizione la Sicilia non si interroga sul proprio avvenire producendo confronti, ipotesi, programmi, piani. Sembra avere gettato la spugna. Le condizioni dei suoi territori peggiorano galoppando verso modelli europei obsoleti, accentuando le condizioni di marginalità che l’Europa e l’Italia sembrano avergli assegnato per meglio sfruttare le sue alte qualità a beneficio di chi non vi risiede.

La Sicilia non ha spalle se non ha il Mediterraneo. Inoltre non riesce a dare forza alle sue potenziali relazioni se non riesce a stingere alleanze e a connettersi con le altre regioni del Sud. Determinante diviene la possibilità di legare tra loro aree ed esperienze del Sud ivi compresi le grandi città. Lo strumento della ricerca va reso specifica molla per la messa in valore delle opportunità autoctone. Il potenziamento delle forme di stanzialità interna vanno declinate, oltre che per la valorizzazione dell’agricoltura, anche al fine di ricostruire e ammodernare quei bacini di utenza che nel definire soglie numeriche adeguate possono fornire margini di occasioni e opportunità più ampie di quelle strettamente locali e ciò non solo per fare grandi numeri per i nuovi supermercati. In questa direzione privilegiare, attraverso la formazione di nuove infrastrutture e servizi, alcune direzioni che colleghino tra loro i valori della Sicilia a quelle di altre regioni del Mezzogiorno e del Mediterraneo può fornire occasioni di scambio forieri di molte opportunità.

La nuova stanzialità fonda i suoi principi su di una forte mobilità e sulle opportunità che le nuove mobilità possono offrire. Queste valenze non sono più connesse al semplice trasferimento di prodotti alle grandi scale e sui forti canali internazionali. Da un lato i prodotti agroalimentari, rispetto ai quali il Sud ha ampi margini di lavoro, dall’altro la necessità di raggiungere, anche attraverso le nuove forme della mobilità, alcune masse critiche di popolazione capaci di determinare soglie opportune alla determinazione di utenze utili per servizi e consumi superiori, determinano scelte che debbono consentire di coniugare contemporaneamente il livello dell’ingresso di prodotti locali ai consumi e di numeri adeguati di utenze per nuove scale territoriali.

Non si possono affrontare i nuovi temi che si annunciano come determinanti per i futuri sviluppi senza una adeguata pianificazione dell’uso del territorio e delle sue risorse. Per queste ragioni la ripresa economica e l’uscita dalla crisi non può prescindere da una nuova stagione di pianificazione e da un modo di collegare lo sviluppo alle valenze del territorio.

 

 

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ELEZIONI ANTICIPATE ? (di Roberto Tagliavia)

La Regione siciliana è bloccata da una evidente crisi del centrodestra: il governo Lombardo non convince la sua stessa maggioranza. Il parlamento siciliano è bloccato da divisioni che stentano a formalizzarsi in Aula per il timore (bipartisan) di nuove (incerte) elezioni.

Si pone una questione democratica: se cioè il ricorso alle urne sia un danno maggiore e uno spreco rispetto a possibili soluzioni politiche (maggioranza allargata, nuova maggioranza, semplice presa d’atto del consenso o del dissenso dell’ARS su singoli provvedimenti, ecc.) o se il corretto funzionamento politico amministrativo debba fondarsi su un rinnovato e consapevole consenso dei cittadini, cioè, su una nuova maggioranza scelta attraverso il voto popolare.

Problemi simili si manifestano anche a livello nazionale e anche nel Parlamento nazionale si discute se andare o meno a elezioni anticipate.

Vale la pena allora distinguere bene i due casi: sul piano nazionale, il governo (contrariamente a quanto vuol far credere Berlusconi) non è eletto direttamente dal popolo ma trova la sua legittimazione nel Parlamento. E’ dunque in Aula che si devono trovare le ulteriori soluzioni possibili (nuove coalizioni, governi istituzionali o di salute pubblica, ecc.) prima d’ipotizzare un eventuale ricorso alle urne.

Ma anche in questo estremo caso, va ricordato che il nostro Parlamento nazionale soffre di un grave vulnus che ne incrina l’autorevolezza: è un Parlamento di “nominati”, scelti dalle segreterie dei partiti e da esse dipendenti. Prima di ogni eventuale scioglimento, quindi, il Parlamento deve (salvo conseguenze nel tempo davvero gravi per la democrazia italiana) procedere alla revisione della legge elettorale, restituendo ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, liberando questi ultimi da ogni vincolo di mandato (secondo la norma costituzionale) e da condizionamenti delle segreterie di partito. Andare a nuove elezioni, sul piano nazionale, senza avere operato questa riforma sarebbe, quindi, un errore grave e devastante.

In Sicilia non è così. Il governo è eletto direttamente dal popolo, nella persona del suo Presidente e sulla base di un programma ben definito e alternativo a quello degli altri candidati a presidente. L’Assemblea regionale è altro potere, distinto e separato, con funzioni di controllo, d’indirizzo e legislativo e i cui deputati sono effettivamente scelti dagli elettori.

In linea di principio, in questa impostazione “presidenzialistica”, ha ragione Lombardo quando afferma di dover sottoporre i suoi provvedimenti alla verifica e al controllo dell’ARS in quanto “altro” potere, a prescindere da maggioranze politiche definite, lasciando il parlamento siciliano libero di determinarsi sui singoli atti, senza dover trarre conseguenze politiche dalla eventuale bocciatura di qualcuno di questi provvedimenti.

Quando, però, la bocciatura è sistematica e il governo non è più in grado di governare per una persistente e generalizzata mancanza di consenso anche da parte di coloro che ne sostennero l’elezione, allora non è più pensabile sfuggire a un confronto parlamentare che verifichi la sussistenza o meno di un consenso maggioritario e, in caso di esito negativo, non è da escludere il ricorso ad elezioni per scegliere o valutare una nuova maggioranza.

Per di più in Sicilia, soprattutto quando si proclama di volere procedere a riforme profonde e incisive, sarebbe velleitario per chiunque procedere senza un chiaro, largo e condiviso sostegno a tali riforme da parte dei cittadini. Se non c’è una chiara maggioranza parlamentare, se non si vuole vivacchiare, il ricorso alle urne diventa ineludibile.

Questo è il punto attuale e, in tale situazione, la caduta formale del governo e nuove elezioni potrebbero non essere un danno per la Sicilia ma l’occasione per scelte vere e chiare, per dare alla Regione una guida autorevole e forte. Un danno sarebbe la perdurante paralisi dei veti incrociati.

In buona sintesi, nel riflettere sulle crisi politiche nazionale e regionale, occorre tenere ben ferma la barra sulla democrazia, sulla effettiva capacità del sistema istituzionale di incontrare e di rappresentare, al di là di manovre di palazzo o di partito, la volontà della maggioranza dei cittadini, coinvolgendoli e non escludendoli. In Sicilia, tenendo conto delle differenze dal quadro nazionale, di fronte a un paralizzante e perdurante dissolvimento della maggioranza di governo, le nuove elezioni potrebbero essere una strada percorribile. Accettare questa tra le ipotesi praticabili serve anche a evitare di essere sorpresi, tra pochi mesi, dalle spericolate operazioni cui ci ha abituati Lombardo. Può servire a mettere subito in moto settori importanti della società e a dare una spinta al PD a definire il proprio profilo siciliano di partito riformista di governo, alternativo al centrodestra, Pdl o Mpa o Udc che sia.

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Verbalino 12.XI.09

Verbalino 12.XI.09

COMITATINO ALLARGATO

PRESENTI: Amato, Vara, Palazzolo, Agnello, Riolo, Tagliavia, Figurelli, Mafai + Renato Palazzo, Giuliano Leone, Alberto Mangano, Maria Teresa Noto. Letizia Vittorelli.

Dopo ampia discussione si decide che:

1)     Il Sito dell’Osservatorio andrà riveduto, e ne sarà responsabile Roberto Tagliavia, con la collaborazione primaria di Egle Palazzolo. ,Gli altri componenti il Comitato assicurano la loro collaborazione.

2)     Si acquisisce la disponibilità della sede di Biotòs, sia per le riunioni del Comitatino sia per altre iniziative più ampie: ad esempio incontri aperti, periodici, su alcuni temi (eventualmente anche da registrare ed inserire nel sito)

3)     I problemi del Sud, su cui è già stato realizzato il convegno del 6 ottobre, saranno una tematica costante dei lavori dell’Osservatorio. Completare la sintesi dei lavori del Convegno, iniziata da Tagliavia e da completare. Non solo il testo di questa sintesi, ma anche la registrazione del Convegno del 6 ottobre, può essere inserita nel Sito. I temi e le proposte di quel Convegno devono essere portati sullo scenario politico attuale. Si propone di chiedere, come Comitato direttivo dell’Osservatorio politico siciliano, un INCONTRO UFFICIALE con Lupo, segretario regionale del PD, e con BERSANI, anche per offrire temi ed argomenti che caratterizzino una politica del PD veramente inclusiva dei temi del Mezzogiorno. Sarebbe anche da organizzare un breve incontro con Guglielmo Epifani, che viene a Messina il 28 novembre,m per una manifestazione della CGIL sui temi del Sud.-

4)     Si aderisce alla antica e ripetuta proposta del CENTRO IMPASTATO, di fondare a Palermo un Memoriale della lotta contro la mafia.

5)     Si prevede di preparare nei prossimi mesi una serie di iniziative: * UNIVERSITA’ (riprendere i temi del Convegno sull’Università fatto in primavera; elaborare una sorta di questionario sui temi relativi da lanciare sia su carta sia su internet, e successivamente promuovere un incontro specifico) . Si incaricano di ciò: Letizia Vittorelli, che si collegherà con Valeria Militello, e con Di Franco e Pagano (se saranno disponibili!) * PIANO CASE E GOVERNO DEL TERRITORIO (riprendendo le note di Leone esposte al Convegno del 6 ottobre e l’intervento di Palazzo al Convegno di Igtalia Nostra). Potrebbero incaricarsi di questa iniziativa Giuliano Leone Renato Palazzo. E Alberto Mangano? *LAICITA’ E RELIGIONE NEL 2000. Affrontare il modo nuovo con cui si può vivere oggi il rispetto di tutte le religioni e di chi non si riconosce in nessuna religione, per un superiore livello di convivenza civile. Cominciano a pensare ala costruzione di questa iniziativa Nuccio Vara e Maria Teresa Noto.

6)      Sarebbero auspicabili degli INCONTRI NELLE SCUOLE SUPERIORI, promossi come Osservatorio sui temi del Sud e della unità d’Italia (anche collegati alle prospettive del 150° anniversario).

Come vedete, ottimo e abbondante!

Saluti cari, a presto.

 

 

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