Brevemente
Partire dai contesti che condizionano la Sicilia può tornare utile per vedere questa terra più dall’interno e riprendere poi a osservare contesto e Sicilia assieme. I territori possono essere visti e interpretati in tanti modi. In relazione alla natura degli insediamenti umani e ai rapporti con gli aspetti connessi alla mobilità si può asserire che essi possono appartenere a due grandi categorie. Vi sono territori di transito e territori meta, ovvero città di passo e città di presidio. Tali condizioni possono mutare nell’arco della storia. Quando i due valori sono entrambi presenti le economie se ne giovano. È pur vero che ciò acquista connotazioni diverse a seconda della scala con cui si guardano i fenomeni. È inoltre vero che ciò è fortemente modificato dalla presenza di opportunità di comunicazione. Nella nostra epoca ciò riguarda in modo particolare prevalentemente le grandi e più centrali conurbazioni nazionali.
La Sicilia è stata in alcuni periodi storici e per alcuni popoli una terra di passaggio, in altri periodi una terra di mete, e in alcuni casi sia terra di mete che di passaggio. Il suo essere di passaggio era determinato dalla insularità. Tale funzione è stata assolta tanto con traffici che si sviluppavano in orizzontale (greci, spagnoli, inglesi) che con traffici che si sviluppavano in verticale (fenici, arabi). Nell’attualità essa tende ad essere una terra di transito per extracomunitari provenienti dall’Africa, e una meta lontana per le popolazioni peninsulari ed europee.
In mancanza di una prospettiva mediterranea, che potrebbe tendere a migliorare i rapporti tra le realtà frontaliere, la Sicilia in generale tende a trasformarsi in territorio meta di percorsi prevalentemente occidentali ed europei. Ciò dovrebbe condizionare le scelte politiche e amministrative verso una maggiore attenzione alle qualità dell’insediamento e dei valori storici e ambientali che il territorio possiede. Non pare che sia il pensiero principale delle amministrazioni che si sono succedute dal dopoguerra ad oggi. Questo disinteresse per il territorio e il quadro di dipendenze della Sicilia da un sistema nazionale ed europeo è una anomalia che la proietta verso ridotte capacità di svolgere un ruolo nel mediterraneo e contestualmente ne riduce le capacità di attrazione nel contesto europeo.
Dipendenze
La condizione dei territori del Sud è sicuramente aggravata da un’incerta armatura infrastrutturale e da localizzazioni e forme insediative che hanno privilegiato tra le attività umane la difesa più che lo scambio. Tale condizione determina una riduzione delle opportunità di contatto e una conseguente difficoltà di costruire servizi di scala superiore e prodotti accreditati da forti valori aggiunti. I fattori che determinano queste difficoltà sono molteplici. La storia dell’insediamento umano e lo stato della mobilità costituiscono sicuramente fattori condizionanti le ragioni dello sviluppo in modo particolare in un contesto come quello definito dai territori del Sud e in particolare della Sicilia.
L’Italia è un paese di coste con molte sponde frontaliere ma anche un paese di territori. I territori dipendono dalle connotazioni che le sponde vicine e lontane e le coste hanno determinato nel tempo. Essi posseggono anche una intrinseca natura che può permette loro di mettersi in relazione con le ragioni dello sviluppo e con le questioni da cui direttamente lo sviluppo dipende. Per questo occorre conoscenza e ricerca.
Il territorio nazionale è definito da tre direttrici che l’attraversano da Nord a Sud. La fascia di territorio da Est ad Ovest dista, tra costa e costa, una media costante in linea d’area di circa 200 km. Anche se questa distanza non è particolarmente ampia, poche sono le infrastrutture che permettono l’attraversamento nella direzione Est-Ovest. Rispetto ad una realtà che si sviluppa per una lunghezza di oltre millecinquecento km appare evidente che gli attraversamenti che posseggono infrastrutture dei trasporti importanti sono veramente pochi. Si può dire che non ve ne sono. Il passaggio da Livorno, Pisa, Firenze a Bologna, Rimini, sembra il più servito ma di fatto è il montaggio di collegamenti storici consolidati e utili al passaggio tra le tre direttrici Nord Sud.
Sono le tre direttrici Nord-Sud che comunque fanno l’armatura nazionale. Una prima direttrice è quella centrale appenninica. Essa ha come polarità a Nord il sistema definito dalle città di Firenze e Bologna che smistano la prima tra il sistema appenninico e il sistema tirrenico e la seconda tra il sistema adriatico e la pianura Padana. A Sud tale sistema prosegue e si sfilaccia in varie direzioni. Di fatto si ferma tra Napoli e Salerno, deviando sulla costa tirrenica, mentre la costa adriatica diviene meno avvicinabile.
Una seconda direttrice è quella adriatica che da Trieste e Venezia arriva sino a Bari poi devia su Taranto e si sfilaccia nel Salento. Questa linea sembra più debole, ma per lo meno sino a Bari possiede una dimensione di forte omogeneità e gode del privilegio di servire Regioni d’Italia che hanno una buona tenuta e produttività agricola oltre che le principali aree industriali nazionali. Tra le più significative sono l’area Padana, il Veneto, L’Emilia e, a Sud, la Puglia. Le regioni servite da questa linea sono, omogeneamente, abbastanza ricche: hanno il reddito procapite e la spesa annuale per famiglia tra le più alte d’Italia. Inoltre va precisato che la Padania è una regione adriatica, l’unica che regge su due forti assi con prevalente andamento Est-Ovest. Inoltre la ridotta ampiezza del mare Adriatico invita agli scambi più di altri fronti mediterranei. A queste considerazioni può aggiungersi che il fronte Est dell’Adriatico è abitato da popoli con culture decisamente europee, comunque propense e proiettate verso uno scambio con altre realtà europee. Si comprende come questa linea ha una forza propulsiva esistente e potenziale più forte della terza direttrice definita dalla costa tirrenica.
La direttrice tirrenica è condizionata da una debolezza infrastrutturale complessiva per le varie interruzioni che posseggono le linee della viabilità del gommato. Si passa infatti da tratti autostradali a tratti serviti da super strade a tratti serviti da antiche statali. In particolare le aree del Sud tirrenico sono aggravate da una debolezza delle infrastrutture viarie oltre che ferroviarie.
La forza degli insediamenti della costa tirrenica si alimenta anche del peso degli scambi con le Isole maggiori che fanno da confine del mare Tirreno e dei numerosi arcipelaghi presenti all’interno di questo mare.
Le congiungenti tra le due coste, tirrenica e adriatica, sono di fatto solo tre. Una a Nord, molto tormentata che collega Livorno-Firenze-Bologna-Ravenna una al centro con due diramazioni che collegano Roma con Pescara e con l’Aquila e una al Sud che collega Napoli-Avellino-Canosa-Bari.
Inoltre l’arco ionico costituisce un sistema separato, debolmente connesso alle tre direttrici principali. Le aree del Sud si articolano in tutto questo attraverso la doppia direzione dei territori della Calabria e del Salento. La Basilicata è incuneata al centro tra queste due linee essendo essenzialmente una terra ionica. Essa con quattro fiumi principali costituisce una dimensione regionale dalle forti connotazioni di area interna debolmente infrastrutturata con bacini idrografici principali adduttori del mare Ionio.
Per comprendere l’articolazione del peso delle popolazioni si può fare cenno che le regioni che possono considerarsi prevalentemente adriatiche raggiungono un numero di abitanti pari circa al 55% della popolazione totale nazionale, mentre le regioni prevalentemente tirreniche sono circa il 32%, le grandi isole circa il 12%, mentre le regioni peninsulari prevalentemente ioniche rappresentano soltanto l’1%. Questa articolazione, se rivista attraverso i territori delle Provincie modifica in positivo di fatto solo il peso dei territori ionici a svantaggio prevalentemente dei territori tirrenici.
La Sicilia, per essere un’isola e contestualmente per essere vicinissima e quasi connessa ai territori della Calabria, recita un ruolo misto e ambiguo. A volte si racconta come isola con le sue separatezze e autonomie, a volte spera di confermare una sospirata, anche se storica, centralità mediterranea, a volte lamenta la posizione di periferia marginale dell’Italia. La costa tirrenica e la costa ionica dell’Isola posseggono le infrastrutture più robuste. Quelle ferroviarie sono più antiche e quelle autostradali più recenti. Il peso demografico marginalizza l’area palermitana che riesce a raggiungere comunque un sistema gravitazionale di circa 1,5 milioni di abitanti, mentre agevola l’area catanese che raccoglie una dimensione gravitazionale di oltre 3,5 milioni di abitanti. In questo quadro la costa sud dell’Isola rimane quella meno attrezzata e rispecchia in generale lo stato delle costa tirrenica e ionica della Calabria. Con deboli realtà portuali e poche occasioni di scambio, la Sicilia appare essere condizionata più da problematiche interne legate alla sopravvivenza di antichi poteri che da una capacità di intercettare nuove opportunità per trasformarle in risorse.
Vi sono sicuramente ragioni geografiche e storiche che hanno condizionato la natura delle comunicazioni fisiche nel sistema nazionale. Vi sono state anche scelte politiche che hanno accompagnato le ragioni geografiche e storiche. La direttrice interna definita dall’asse appenninico si configurò all’origine della sua costruzione come saggia politica nazionale che dal dopoguerra sino agli anni ’60-’70 condizionò alcune scelte coraggiose che puntavano ad una infrastruttura mediana a cui legare il resto del sistema insediativo. Di fatto questa politica ha condizionato le scelte future su cui è stato possibile legare anche i più recenti progetti relativi all’alta velocità. Ciò comunque non riesce più a risolvere le condizioni insediative più minute del paese che sembrano andare per proprio conto ciascuna legata fortemente ad una dimensione regionale in alcuni casi scoordinata dal sistema generale. Inoltre il tratto di infrastrutture centrali appenniniche per la loro collocazione servono da Napoli a Firenze più la direttrice tirrenica, per la facilità dei collegamenti tra questa linea e la costa tirrenica.
Le ragioni storiche di questa struttura complessiva sono molteplici. La presenza della Spagna nel ruolo di potenza dominante nell’Europa mediterranea per due secoli e mezzo dal sec. XVI sino alla prima metà del sec. XVIII circa, condiziona il territorio italiano ad un insieme di relazioni prevalentemente tirreniche. La Repubblica di Venezia con le sue colonie adriatiche ioniche ed egee, invece reggerà i rapporti con l’Adriatico sino a buona parte del sec XVIII.
I rapporti tra le città tirreniche e le città adriatiche sono infatti storicamente ridottissimi. Se si escludono le linee meridionali che conducevano da Napoli alle Puglie bisognerà aspettare all’epoca post unitaria per avere un collegamento accettabile tra Roma e Pescara e tra Firenze e Bologna. Infatti anche i confini definiti dagli Stati preunitari avevano ed hanno fortemente condizionato gli scambi tra le due coste.
All’interno di questa geometria, per esempio, Benevento, pur se all’interno del Regno delle due Sicilie, rimarrà Stato della Chiesa sino al 1861. Gli stessi reali di Napoli preferivano passare per Avellino ed Ariano Irpino, con strade ben più impervie per andare da Napoli in Puglia, pur di non passare per questa enclave papalina interna ai territori del regno, anche se collocata a pochi chilometri dalla regia di Caserta.
Questa conformazione delle infrastrutture dei trasporti di terra condizionerà fortemente i rapporti tra le regioni meridionali e i territori della Sicilia. L’Isola, pur se molto vicina alle terre di Calabria per le difficoltà di costruire connessioni accettabili via terra, è stata per lungo tempo raggiungibile molto più facilmente via mare. Infatti la fortuna del «postale» Palermo-Napoli fu anche la fortuna dei Florio per tutta la seconda metà dell’Ottocento e solo l’avvento dei trasporti aerei, a partire dl secondo dopoguerra, riuscirà a rompere il gattopardesco isolamento dell’Isola.
Città
Ciò nonostante la Sicilia, a differenza di quasi tutti i territori del Sud e ad esclusione soltanto della Puglia, è terra di città. Le grandi città sono sintomo di presidio del territorio attraverso una consolidata continuità nella stanzialità. Ciò dovrebbe dimostrare alcune cose. Nella sua lunga vicenda storica la Sicilia è stata una terra pur se di transito prevalentemente stanziale, anzi è stata, a differenza di molti altri territori del Sud, prevalentemente vista come meta e obbiettivo di stanzialità. I centri urbani che superano i 30.000 abitanti in Sicilia sono molto numerosi mentre quasi tutti superano i 10.000 abitanti. Infatti il grande triangolo dell’isola dà al territorio una forma ed una geometria dalla forte riconoscibilità, smorza le distanze dal mare, accentua alcune prerogative di territori montani che comunque rimangono quasi una finzione panoramica, invita a separazioni e differenze, dove diverse si compongono le occasioni per l’insediamento umano. Per questa sorta di geometria la Sicilia non riesce ad identificarsi con una sola realtà urbana capace di dominare questo sistema dalle tre punte e dai tre lati.
Ogni punta ha prodotto una sua specifica città Trapani, Messina, Siracusa, ogni lato ha dato luogo a un fatto urbano consistente nella storia e fortemente riconoscibile oggi. Palermo, Catania. Agrigento. L’interno si è articolato in tanti domini, con diverse fortune ed attese, città a distanza precisa dalle coste, lì dove è possibile che la presenza umana possa prosperare senza invadere il campo arato dagli altri. Quest’ equilibrio interno ha dato luogo ad una corona di città, più o meno grandi, più o meno agricole, alcune di origine a volte più libere, le città regie, altre più vincolate a un dominio, quelle feudali. Esse inseguono la grande “y”, ovvero “ipsilon”, della ossatura montana, quasi una sottolineatura delle bisettrici del grande triangolo: Calatafimi, Corleone, Mussomeli, Caltanissetta, Enna, formano la linea centrale mediana. a Sud: Piazza Armerina, Caltagirone, Ragusa, Modica ed a Nord: Nicosia, Troina, Randazzo, ne definiscono i due bracci.
È un lungo itinerario di città e di paesaggi agricoli e naturali, anche questi ultimi fortemente connotati dalla presenza umana, che hanno permesso di dare corpo ad un luogo concreto ed assieme letterario, ad una Sicilia terra delle “città del mondo” come la interpreta, attraverso gli occhi di padre e figlio, pastori in transumanza, Elio Vittorini.
Questa Sicilia dalle città compatte e concrezionate nelle complesse differenze, si innerva e si scontra con una ricostruzione dell’animo collettivo dentro una storia fatta di racconti antichi e contraddittori, in buona parte trasfigurati attraverso la tradizione orale, attaccati alle innumerevoli occasioni di tradimenti che le vicende umane hanno assegnato alla vita di questo territorio.
Nasce e prende corpo così una Sicilia della memoria che si appesantisce attraverso la rievocazione delle molte occasioni mancate, rafforzata dalle recenti ed aggiornate vicissitudini che la quotidianità offre per dimostrare emarginazioni e lontananze.
La Sicilia della memoria, degli uomini, raccontata da Verga, Pirandello, Lanza Tomasi, Sciascia, dichiara questo appesantimento attraverso il lungo elenco dei tradimenti, degli anni mancati, degli appuntamenti disattesi.
Questa difficile distanza tra le cose ed i fatti pesa sulla Sicilia ed intorbida l’azione, permette il proliferare di racconti distorcenti e parziali, impedisce il vedere. Se Vittorini e in parte Verga sono ancora gli interpreti delle cose, Pirandello, Tomasi e Sciascia sono i profeti dei fatti. La “roba” e gli “uomini” stridono tra loro ed il grido che ne viene fuori è lontano dal territorio, produce separazioni e preoccupanti allontanamenti.
Città ex capitali come Siracusa e Palermo, che hanno trascritto due diverse occasioni della centralità mediterranea, rappresentano ancora nella coscienza collettiva un insieme di storie, ma riescono con difficoltà ad essere un fatto concreto di cultura quindi di evidenza della loro identità nei manufatti. Raccontare un territorio è un lavorìo di scoperta del valore delle cose, ma anche degli uomini che del territorio sono parte intrinseca e imprescindibile. C’è permanente, attraverso l’idea di territorio, il tentativo di proporre un sistema di nuove ed aggiornate oggettività. In qualche modo il territorio che emerge nel racconto propone un esempio, un indirizzo, un vincolo ai fatti che vi possono accadere. Ogni territorio apparirà intriso dei fatti accaduti, essi sono già trasformati in cose ed un unico filo lega presente e passato in una stratificazione di atti, di gesti e di culture, capaci di riaffiorare, quando se ne presenta l’occasione e la storia dà fiato a speranze future.
La Sicilia è terra anche di ricostruzioni, di ricostruzioni di forme di stanzialità. Solo in epoca contemporanea la Sicilia ha avuto per le sue tre valli (Noto, Demone e Mazara) tre terremoti memorabili in epoca che gli storici ancora considerano «contemporanea».
Il caso del Val di Noto e della ricostruzione delle città che ne determinano l’insediamento, successiva al terremoto del 1693 rappresenta un esempio della capacità di ritrovamento di una dimensione culturale propria e di espressione nelle cose come di un racconto interrotto e ripreso. Si tratta di ben 73 comuni.
Il caso della ricostruzione di Messina, nel Val Demone, dopo il terremoto del 1908 interessa una città capoluogo di Provincia tra le più importati di allora nei traffici marittimi del basso Mediterraneo che viene ricostruita per intero con uno sforzo locale e nazionale di grande impegno economico e culturale.
Lo stesso può essere detto per la ricostruzione dei comuni del Belice, nel Val di Mazara che pur se tra innumerevoli polemiche e critiche il cui coro maggiore è formato dai siciliani stessi, ben rappresentano le speranze culturali degli anni ’60.
Vale la pena di chiedersi, nel momento che ci si avvicina alla dimensione di una regione fortemente segnata da alcune connotazioni della storia, cosa abbia determinato quelle capacità e quelle identità e come essa sia riconoscibile oggi nella complessità delle dimensioni culturali contemporanee.
Si tratta di considerare che le dinamiche di un territorio, pur nelle articolate interrelazioni con il resto del mondo, producono comunque attività estese, coinvolgenti e specifiche e segnano caratteri fortemente legati alla natura interna dei luoghi ed alla storia stratificata e localizzata.
Un territorio non produce copie, può essere dilaniato o composto, trafitto o modellato, modificato dalla infinita produzione di oggetti contemporanei o silenziosamente permanente nell’arco delle vicende dell’insediamento umano, esso esprimerà comunque una natura specifica della storia che, pur se appartenente alle varie epoche, vestirà passioni ed attenzioni proprie di quella terra.
Vedere tutto ciò significa scorgere nelle pieghe della cultura che si trasforma in materia costruita non solo i riferimenti, ma anche ed essenzialmente le ragioni proprie che hanno determinato e composto nelle cose costruite la realtà dei fatti voluti dagli uomini. In questo la Sicilia si conferma come una terra stanziale, dove accadono cose e che può dare alle altre regioni d’Italia significative ragioni di confronto.
Confronti
In questo complesso quadro che vede la Sicilia, in molti periodi della storia sia terra di transito che, in particolare, meta di stanzialità, possono essere sviluppate alcune considerazioni che fanno ripensare ad alcune questioni relative allo sviluppo economico e ai rapporti tra territori del Sud.
Di fatto avere privilegiato nelle politiche nazionali le tre direttrici Nord-Sud ha coinciso con una politica di depauperamento delle aree interne a favore delle grandi aree urbane e degli ambiti territoriali prevalentemente costieri. Ciò trova la sua conferma nelle scelte operate nell’immediato secondo dopoguerra. In questo periodo infatti ebbe nuova origine un certo meridionalismo che sviluppo metodi considerati attenzioni assistenziali. Di fatto vi si contrapposero due modi di rapportarsi alla questione dello sviluppo e la Sicilia ebbe occasione di fare lievitare, per un certo periodo, uno di questi due modi.
In sintesi un modello molto sopravalutato fece capo ad una teoria della irredimibilità di quasi tutti le aree del Sud che dovevano essere costrette all’emigrazione. Il teorema era semplice (Rossi Doria, Pasquale Saraceno). Vi erano territori del Sud più ricchi, questa era la polpa, che poteva aspirare a crescere. Non a caso la polpa era formata dai territori e dalle città costiere. Vi erano poi territori che erano poveri per condizione e vocazione e questi erano condannati all’emigrazione. Questo era l’osso. Si trattava essenzialmente di territori interni, non irrigui. Questo teorema nacque essenzialmente in Basilicata che diventò la terra simbolo dell’arretratezza del Sud. Il caso dei Sassi di Matera divenne il simbolo nazionale della precarietà e del sottosviluppo sino a spingere per il totale abbandono dei Sassi con apposita legge dello Stato voluta da tutte le forze politiche (dalla DC al PC). Si mossero persino i segretari dei partiti maggiori (De Gasperi e Togliatti) per visite e proclamazioni che condussero a determinare nei Sassi di Matera il caso emblematico del sottosviluppo del Sud. Il teorema fu trasformato in politiche e si dette la stura alle emigrazioni degli anni ’50 e ’60. Non fu questione di emigrazione ma di togliere al Sud il suo territorio, uomini e cose. Questo divenne un modello di sviluppo nazionale e non poteva non funzionare. Il bilancio complessivo Nord-Sud chiudeva positivamente. Al Nord fu trasferita una ricchezza di esperienze e di lavoro formata in parte dalle maestranze dell’artigianato assieme a molti contadini poveri. Al Sud senza territorio rimasero solo le città che si trasformeranno in un insieme di incredibili contenitori di un popolo di consumatori.
Nessuno si accorse che tale modello, spacciato come sudista, era un modello tutto a favore del Nord. Un modesto gruppo di ispirati intransigenti (Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Silos Labini, Carlo Doglio, Leonardo Urbani) tentò di invertire la questione asserendo cose di fatto molto diverse. Questo gruppo nacque, si sviluppò e visse per una decina d’anni in Sicilia. Il suo teorema era di fatto molto diverso. Non vi erano terre destinate all’emigrazione ma territori, ovvero uomini e cose. Assieme ad essi, ovvero al lavoro e alle risorse presenti e migliorabili si poteva costruire uno sviluppo fondato sulle capacità endogene. Si chiese di cercare e organizzare risorse come l’acqua, di costruire nove strade, si arrivò a fare lo sciopero all’incontrario. Per dimostrare che il lavoro c’era e c’era per cose necessarie si dettero a lavorare in proprio per costruire una strada.
Questi due modelli ebbero gambe e storie differenti. Non si incontrarono mai. Era impossibile perché respiravano culture e ragioni differenti. Si sa ufficialmente che ha vinto il primo modello. Forse ha vinto a livello mondiale, ma ne stiamo pagando le spese e le pagheremo con il sovrapprezzo del tempo. Vediamo un poco più in dettaglio la questione anche perché molte delle questioni di cui siamo appesantiti risalgono alle prime politiche della ricostruzione della seconda metà del secolo passato.
In verità la storia di questi ultimi sessanta anni sembra avere dato ragione e torto in eguale misura tanto a Rossi Doria e Pasquale Saraceno quanto a Danilo Dolci. Si sono verificate di fatto cose che sembrano inverare previsioni e modelli perseguiti da entrambi. Da un lato sembra che la concentrazione nelle città e in particolare nelle grandi città o nelle loro conurbazioni è oramai un dato di fatto, come è un dato di fatto un certo spopolamento delle aree interne e in particolare di alcuni centri abitati più arroccati. È anche evidente come alcune aree di cui si erano previste fughe emigratorie sono invece rimaste stazionarie e in alcuni casi sono cresciute di popolazione. In generale alcune politiche sviluppatesi a partire dalla seconda metà degli anni ’50 in materia di risorse idriche hanno dato risultati positivi risollevando il destino di alcune aree. Inoltre più recentemente la riscoperta di valori ambientali e di economie più fortemente connesse alle differenze territoriali hanno condotto verso forme di intrapresa che tendono a valorizzare le risorse locali e a spostare alcune attenzioni dei bisogni, quindi delle utenze e dei mercati.
In sintesi e per comodità di espressione possiamo dire che i due modelli, quello «urbano centrico», animato in Italia da Rossi Doria, Saraceno, Archibugi e altri e quello «maieutico territoriale» divenuto successivamente «ambientale locale», avviato in Italia da Dolci, Doglio, Silos Labini e altri stanno convivendo. Sembra sempre più diffuso il primo e sempre più evocato il secondo.
Ma in verità mentre si spinge per la valorizzazione delle risorse locali legate all’ambiante e al territorio si avverte anche come il modello economico complessivo ha confermato un modo di produrre e fare crescere la ricchezza fortemente vincolato al modello urbano centrico.
Non vale più il vecchio rapporto città-campagna che ha alimentato tante riflessioni negli ultimi due secoli passati. Il vivere urbano, grazie a forti sviluppi della tecnologia ha invaso buona parte dei costumi dell’habitat e la città svolge un ruolo di accumulo di funzioni che coincide anche con il luogo della produzione ufficiale del pensiero. È una grande svolta, che però ha un costo sociale altissimo, l’abbandono progressivo del luogo delle risorse, il territorio, e la trasformazione delle comunità in dipendenti.
Non a caso nuove formule interpretative esaltano i principi della conoscenza e i saperi hanno oramai assunto capacità che si propongono di superare le preoccupazioni indotte dai misteri della natura, attraverso la costruzione di certezze che si servono di metodi e di risultati scientifici.
La complessità del ruolo della città emerge in tutta la sua dimensione proprio attraverso le trasformazioni impresse alla società dalle mutazioni delle tecniche utili per produrre ricchezza. I grandi sommovimenti determinatisi con la crescita della capacità di produzione sono alla base della costruzione del nuovo ruolo che cominciano a svolgere le città.
Le occasioni che oggi sembrano determinare la ricchezza delle città e quindi delle nazioni e in generale delle popolazioni sistemate nei vari habitat sono definibili in tre principali fattori. Un primo fattore è diventato il ruolo svolto dalla capacità di avviare processi di produzione accreditabili e spendibili attraverso la capacità di costruzione di ricerche e di formule produttive con potenzialità innovative. Un secondo fattore è orientato dalla capacità di definire organizzazione per consentire di esportare il peso della produzione anche in luoghi differenti da dove si è prodotta la ricerca per la produzione. Il terzo fattore è definito dalla distribuzione del benessere in funzione dei consumi, quindi in ragione della concentrazione della popolazione.
In questo senso il ruolo delle città tende a cambiare per non appartenere più solo alla dimensione politico amministrativa, ma per legarsi essenzialmente a questa capacità di chiudere il cerchio del rapporto tra ideazione del prodotto, costruzione ed esportazione della produzione e concentrazione dei grandi mercati di consumo.
Altre mete si avvicinano e spingono la necessità di rivedere i principi di riferimento dell’urbanistica. Come si faceva cenno nei precedenti paragrafi, l’urbanistica non è mai stata mera tecnica della pianificazione. Il quadro generale entro cui occorre avviare nuove ragioni di riflessione conduce verso l’ipotesi di un cambiamento radicale dei rapporti che ispiravano le economie di qualche tempo fa. La crescita economica si è avvalsa in questi anni di una articolazione del lavoro che ha visto sconvolti i vecchi parametri con cui ci si apprestava a comprendere la realtà.
Da un lato una crescita della mobilità e una divisione produttiva su scala planetaria ha accentuato le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri, determinando un modo diverso di produrre ricchezza. La città, non solo quella definita dalla semplice concentrazione di case di servizi e di beni, ma quella complessiva dell’abitare con una possibilità nuova di accesso a beni di consumo e servizi diffusi anche territorialmente, ha determinato un modo nuovo di chiudere il cerchio della produzione e del consumo e lo ha fatto attraverso la determinazione di un elevarsi complessivo della domanda di tecnologia.
La città quindi apre e chiude il ciclo. Lo apre innanzi tutto perché essa offre una dimensione di avvio della produzione attraverso la ricerca di prodotti giustificati da alte tecnologie o comunque da una consapevolezza aiutata dalla tecnologia. Essa inoltre produce l’accreditamento degli stessi prodotti anche attraverso la formazione guidata di una domanda di bisogni superiori corrispondenti ad una dimensione del vivere che di fatto si presenta in ogni luogo come il frutto della dimensione urbana. Infine la città distribuisce e conduce a mercato le varie merci in ragione della massa critica definita dalla dimensione della potenziale domanda di prodotti. La produzione materiale dei beni, oggetto di questo processo, prende corpo nei modi più svariati e la realtà delle attività del secondario che sono le più pesanti si distribuiscono nel mondo rappresentando esse la nuova vera campagna. Questo modello raggiunge la sua autonomia esportando e guidando a distanza il lavoro e riconducendolo entro i ritmi del mercato. Ricerca e mercato si incontrano così nella città, determinando sempre più contraddizioni fuori da questo cerchio e producendo accumulazioni di ricchezza un tempo impensabili perché fondate sulla esportazione del lavoro sporco fuori dal perimetro di benessere definito dal vivere in città.
In sintesi il modello può essere raccontato attraverso le seguenti brevi frasi. Un territorio è fatto di uomini e cose. La vita di un territorio si alimenta di economie. Queste economie definiscono uno o più cerchi. I cerchi si compongono di ricerca, prodotto e consumo. Lo sviluppo delle comunicazioni e delle tecnologie ha determinato una dimensione in cui il cerchio può agire anche su considerevoli distanze. Anche il controllo del prodotto è effetto di alta tecnologia. La tecnologia è ricerca. Il cerchio ha origine dove si sviluppa la ricerca e tende a chiudersi sui mercati, producendo economie, attraverso le stesse teste che lo hanno generato. I flussi determinati dai cerchi irrorano i territori e ne permettono la sopravvivenza. Si configura una dimensione in cui ogni centro produce uno o più cerchi e poi partecipa ad altri cerchi con il consumo o con la produzione e di questo vive. Nei territori degradati le economie reggono solo sui consumi di prodotti generati da altri oppure i territori partecipano alla formazione del prodotto a volte anche solo di semplici componenti senza controllare il prodotto complessivo e in particolare il mercato. Quando l’agricoltura imponeva un radicamento nei territori e ogni centro controllava un sistema di prodotti agricoli, i cerchi erano a volte più piccoli ma davano comunque ad ogni realtà quelle ragioni di centralità economica che permetteva di reggere una centralità, ovvero la verità di un insediamento umano attraverso una interdipendenza con altre realtà che reggeva su di un propria autonomia.
Oggi non tutti i centri producono cerchi. Le contraddizioni crescono con l’alimentazione forzata di un mercato che tende ad esaurirsi negli utili di chi ne ha determinato la natura. In questo quadro i territori corrono il rischio di diventare poli di una rete a cui appartengono solo come espressioni di consumo o come produttori di una componente di cui non controllano la collocazione nel processo di produzione, quindi fortemente dipendenti dai sistemi forti. In questo quadro il territorio, nella sua collocazione geografica e nella composizione degli elementi naturali e antropici che gli appartengono, potrebbe partecipare in modo considerevole alla determinazione di un sistema di potenzialità che risultano utili alla produzione di cerchi portatori di flussi più o meno grandi e capaci di irrorare le economie locali.
Anomalie siciliane
I fronti sono molti. Risalire la china e riuscire a ricucire tra loro le ragioni del Sud, in particolare quelle della Sicilia può essere un progetto utile, ma da dove partire? L’ipotesi è quella di far comprendere per lo meno in parte il ruolo che può avere il territorio come molla dello sviluppo. Che la Sicilia sia stata e sia terra stanziale meta di emigrazioni è in parte vero ed è confermato dalla popolosità dell’Isola che raggiunge i 198 abitanti per Km2. In questi ultimi anni comunque i territori del Sud sono diventati meta di stanzialità particolari legate al turismo. Anche questa è una forma di stanzialità che porta risorse economiche. Infatti la popolazione complessiva dell’Isola nei periodi turistici dell’anno con più alte presenze, costituiti dal mese di agosto, si raddoppia. Essa modifica il rapporto tra abitanti e cose, in parte allargano le ragioni dei consumi e quindi del mercato, in parte occupando suolo con le funzioni di stanzialità aggiuntive. A tutto ciò non corrisponde una politica, ovvero una programmazione, un insieme di scelte coordinate. E non corrisponde non solo per migliorare le condizioni abitative complessive di questa forma di stanzialità, ma anche per evitare che essa possa diventare la soglia principale di sostentamento dell’Isola rendendola di fatto dipendente da altre regioni e da altri territori, come succede per altri molti settori.
La Sicilia non possiede una legge regionale urbanistica. La legge che aveva più o meno questo compito fu voluta e fatta nel 1978 e di fatto servì per adeguare le azioni regionali in materia, vista l’autonomia, al provvedimento che lo Stato italiano si era dato dieci anni prima, ovvero nel 1968, con la introduzione degli standard in materia di servizi. Lo stesso si può dire per quanto attiene gli oneri di urbanizzazione e la legge sul paesaggio, che, di fatto, non ha mai avuto un corrispettivo regionale. Quasi tutte le leggi regionali vengono messe in onda con dieci anni di ritardo, tranne che per le leggi relative all’abusivismo che vengono adeguate con provvedimenti regionali quasi sempre nello stesso anno in cui vengono promulgate le leggi da parte del parlamento nazionale.
Questo dispregio per il territorio ha trovato inoltre una sponda nella vicenda della formazione del Piano territoriale regionale previsto dalla legge del 1978 che non ha mai visto la luce, nonostante gli innumerevoli tentavi del Comitato scientifico per la sua formazione e gli sforzi degli uffici dell’assessorato competente che a varie riprese hanno tentato di avviare e rendere cogente la sua costruzione.
Lo stesso può dirsi per la redazione dei Piani provinciali e con ragioni e modi un poco differenti anche per quanto attiene la formazione dei Piani regolatori generali (Prg) dei quattrocento comuni dell’Isola. Per questi ultimi la tecnica è stata molto diversa. Mentre per i piani di area vasta (alla scala regionale e provinciale) investendo essenzialmente principi di mera volontà politica si è provveduto semplicemente non dando spazio a tali azioni facendo cadere nel dimenticatoio procedure e iniziative, per i Piani regolatori si è pensato che l’arma migliore fosse quella di rendere la procedura ancora più complessa e farraginosa di quella prevista dalle leggi nazionali più o meno confermata dalle legge del 178. È bastato caricare tale procedura di vincoli e di adempimenti che i Piani si bloccano sul nascere. La scusa più evidente l’hanno fornita, veramente strano a dirsi, tutti i provvedimenti previsti in materia ambientale. L’esempio più noto è la questione delle fasce di rispetto poste per opportunità ambientali. Non c’è Regione in Italia che abbia le fasce di rispetto di inedificabilità assoluta che ha la regione Siciliana. Nel caso delle fasce poste a protezione dei boschi la quantità di provvedimenti legislativi succedutisi agli inizi degli anni 2000 ha ritardato la formazione dei piani di almeno cinque anni. Nel frattempo i territori continuano ad essere gestiti con i Piani prodotti tra gli anni ’60 e ’70 molto più permissivi in materia di indici di edificabilità. Inoltre la decadenza dei vincoli destinati agli espropri voluti dalla nota sentenza della Corte Costituzionale e trasformata in Italia nella legge 1187/68 in Sicilia viene applicata per circa 35 in modo da portare tali vincoli a 10 anni abbinando la formazione dei Prg alla redazione di Piani urbanistici esecutivi (Pue). Questi Pue in generale, pur se redatti, non verranno mai attuati, ma si continueranno a fare perché per anni sono tutti convinti che la decadenza degli espropri impedisca l’attività edilizia. L’attività edilizia continuerà abusiva o legale. Si farà solo qualche esproprio per la costruzione di strade e ben più rari saranno gli espropri per servizi di standard.
Gli altri provvedimenti di derivazione europea per le varie azioni valutative (VINCA e VAS) si inseriscono in questo quadro. La loro farraginosa redazione senza la determinazione di alcuna procedura ritarderà redazione e approvazione dei Piani e fornirà di fatto scuse alla sopravvivenza di Piani regolatori redatti in un passato molto più permissivo per leggi e cultura di quanto non sia possibile produrre oggi.
Ma l’anomalia più incredibile del caso siciliano è il fatto che la redazione di alcuni piani ha due assessorati con competenze e poteri differenti che non si parlano nemmeno, l’assessorato al territorio e all’ambiente e l’assessorato ai beni culturali e ambientali. È il caso dei Piani paesaggistici. In nessuna regione d’Italia i Piani paesaggistici vengono redatti dalle Soprintendenze ai BB.CC.AA., poiché le Soprintendenze in nessuna Regione d’Italia sono riunite in assessorati. La questione non è da poco perché in nessuna Regione d’Italia si pensa di fare un Piano paesaggistico disgiunto dalla dimensione definita dalla pianificazione territoriale e viceversa. In Sicilia non solo si pensa, ma si difende la posizione per competenze di poteri. Ne deriva un aggravio indicibile di conflittualità che riduce la credibilità della pianificazione nei rapporti con i cittadini e con le imprese. Ne deriva che in Sicilia per alcuni aspetti sembra pianificarsi molto, anche se senza alcun beneficio per il territorio, e per altri si rinuncia ad usare lo strumento della pianificazione come occasione di conoscenza e sviluppo delle capacità intrinseche e autonome dei territori.
Il protagonismo del territorio siciliano sta sparendo affossato dall’ignoranza e da un ambientalismo usato come arma contro i suoi stessi valori, promuovendo un attendismo che nemmeno gli abitanti dell’Isola di Pasqua, aspettando l’iceberg che si sarebbe portato via il capo, erano capaci di attivare.
Questo insieme di anomalie siciliane cadono in una terra oramai tagliata fuori da molte cose che gli stanno accadendo al contorno. Essa è distante dai grandi flussi europei che tendono oramai a privilegiare l’Europa centrale e, tutto al più, i rapporti con i paesi dell’Est e interessano l’Italia solo sino a Bari. Nel 2010 andrebbe attuata l’ipotesi del Mediterraneo come area di libero scambio mentre i costi delle comunicazioni telefoniche tra l’Italia e i paesi del Maghreb compreso l’Egitto sono tanto alti da essere proibitivi. La Sicilia è collegata al continente da una rete infrastrutturale ferroviaria e viaria obsoleta anche se in costante processo di ammodernamento. Le linee dei trasporti marittimi per la Tunisia sono sottoposti a sferzanti controlli che rendono impossibile il percorso. Più o meno regge il postale Palermo-Napoli anche se con navi abbastanza obsolete. Nel frattempo si stanno attrezzando i porti delle principali città dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, si da avvio ad una nuova strada mediterranea da Casablanca al Cairo e la Cina propone all’Egitto il raddoppio del canale di Suez.
In questa condizione la Sicilia non si interroga sul proprio avvenire producendo confronti, ipotesi, programmi, piani. Sembra avere gettato la spugna. Le condizioni dei suoi territori peggiorano galoppando verso modelli europei obsoleti, accentuando le condizioni di marginalità che l’Europa e l’Italia sembrano avergli assegnato per meglio sfruttare le sue alte qualità a beneficio di chi non vi risiede.
La Sicilia non ha spalle se non ha il Mediterraneo. Inoltre non riesce a dare forza alle sue potenziali relazioni se non riesce a stingere alleanze e a connettersi con le altre regioni del Sud. Determinante diviene la possibilità di legare tra loro aree ed esperienze del Sud ivi compresi le grandi città. Lo strumento della ricerca va reso specifica molla per la messa in valore delle opportunità autoctone. Il potenziamento delle forme di stanzialità interna vanno declinate, oltre che per la valorizzazione dell’agricoltura, anche al fine di ricostruire e ammodernare quei bacini di utenza che nel definire soglie numeriche adeguate possono fornire margini di occasioni e opportunità più ampie di quelle strettamente locali e ciò non solo per fare grandi numeri per i nuovi supermercati. In questa direzione privilegiare, attraverso la formazione di nuove infrastrutture e servizi, alcune direzioni che colleghino tra loro i valori della Sicilia a quelle di altre regioni del Mezzogiorno e del Mediterraneo può fornire occasioni di scambio forieri di molte opportunità.
La nuova stanzialità fonda i suoi principi su di una forte mobilità e sulle opportunità che le nuove mobilità possono offrire. Queste valenze non sono più connesse al semplice trasferimento di prodotti alle grandi scale e sui forti canali internazionali. Da un lato i prodotti agroalimentari, rispetto ai quali il Sud ha ampi margini di lavoro, dall’altro la necessità di raggiungere, anche attraverso le nuove forme della mobilità, alcune masse critiche di popolazione capaci di determinare soglie opportune alla determinazione di utenze utili per servizi e consumi superiori, determinano scelte che debbono consentire di coniugare contemporaneamente il livello dell’ingresso di prodotti locali ai consumi e di numeri adeguati di utenze per nuove scale territoriali.
Non si possono affrontare i nuovi temi che si annunciano come determinanti per i futuri sviluppi senza una adeguata pianificazione dell’uso del territorio e delle sue risorse. Per queste ragioni la ripresa economica e l’uscita dalla crisi non può prescindere da una nuova stagione di pianificazione e da un modo di collegare lo sviluppo alle valenze del territorio.